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March 28 PISA AMARA PER MERIDIONALI E IMMIGRATI di Giovanni Ferri e Vito Peragine 28.03.2008
I risultati dell'indagine Pisa sono sconfortanti per l'Italia. E i punteggi sono significativamente inferiori alla media italiana sia per gli studenti meridionali che per quelli figli di immigrati. Proprio le due componenti destinate a pesare di più nella composizione della popolazione scolastica del prossimo futuro. In prospettiva, dunque, la situazione peggiorerà ancora. Intervenire è necessario. Ma ogni euro investito per migliorare l'offerta scolastica darà potenzialmente maggiori ritorni se indirizzato al Mezzogiorno o agli immigrati.
Poco tempo fa sono stati diffusi i risultati del test Pisa effettuato nel 2006. L’esito è preoccupante perché conferma la posizione di coda dell’Italia rispetto sia ai paesi Ocse sia alla media europea. Per fare un solo esempio, nei test di lettura il punteggio medio degli studenti italiani è calato da 487 a 469 rispetto alla rilevazione precedente, contro una media Ocse scesa, nello stesso periodo, da 500 a 492. E la nostra posizione sarebbe probabilmente peggiorata ancora se, come in altri paesi, fossero stati considerati anche i corsi professionali gestiti dalle regioni, che invece sono stati esclusi, producendo così una sovrastima della media campionaria delle performance.
LA SCUOLA E LA DEMOGRAFIA
Il problema è generalizzato. Tuttavia, vale la pena di notare che in Italia agiscono due componenti demografiche che in prospettiva, a parità di altre condizioni, potrebbero far ulteriormente calare i risultati. In particolare, le due componenti più dinamiche all’interno della popolazione scolastica italiana sono gli alunni meridionali e quelli immigrati o figli di immigrati. Ciò dipende dal fatto che il tasso di fertilità femminile è stato, ed è tuttora, più basso nel Centro-Nord (1,20) che nel Mezzogiorno (1,33) e che la fertilità è ancora maggiore tra le donne immigrate (2,60). È perciò possibile predire già oggi che il peso di queste due categorie all’interno della popolazione di studenti quindicenni che sosterranno il test Pisa nelle prossime tornate tenderà a salire. Perché ci si deve preoccupare di questo? Perché i punteggi Pisa sono significativamente inferiori alla media sia per gli studenti meridionali che per quelli figli di immigrati. Ad esempio, per la literacy scientifica, gli score Pisa sono pari a 448 per gli studenti meridionali contro i 520 e 501 rispettivamente del Nord-Est e del Nord-Ovest, con un gap che quindi varia tra 72 e 53. Per la prima volta, è inoltre possibile studiare le differenze tra le regioni meridionali. Pur in presenza di risultati diversi per diverse tipologie di test, un dato emerge con chiarezza: la variabilità media tra le regioni meridionali è più bassa della variabilità tra le regioni del Nord. Dunque, i bassi risultati delle scuole meridionali sono un fenomeno generalizzato. Scostamenti ancora più significativi si registrano tra i punteggi medi degli studenti immigrati (1) e le performance medie regionali: si passa da un gap di 111 punti della Liguria a un minimo di 67 punti per il Piemonte. È da notare che lo scostamento dei risultati degli immigrati rispetto alla media nazionale è in Italia più pronunciato che in altri Paesi europei, come Spagna, Inghilterra, Belgio. Per l’andamento scolastico insoddisfacente degli studenti del Mezzogiorno sono state proposte in passato spiegazioni legate a un insieme di fattori economici, ambientali e familiari. (2) Gli score più bassi degli studenti figli di immigrati possono essere spiegati in due modi. Da un lato, il fatto che l’Italia riceva la quasi totalità di immigrati in forma illegale – e li regolarizzi poi con le sanatorie – contribuisce ad attrarre persone con livelli di istruzione inferiori rispetto a quanto accade negli altri principali paesi dell’Unione Europea. L’eredità familiare è una delle principali determinanti degli apprendimenti di uno studente, e ciò quindi spiega in parte i bassi punteggi. Dall’altro lato, la scuola italiana sconta ritardi patologici nell’adattare l’offerta formativa alle esigenze del tutto particolari di comunità immigrate che si debbono integrare, ma la cui istruzione difficilmente può prescindere da una comprensione delle culture d’origine. Alla luce di tutto ciò, è lecito aspettarsi in prospettiva un peggioramento delle performance medie degli studenti italiani. Sulla base di ipotesi prudenti, si può stimare che la percentuale di studenti di 15 anni meridionali e immigrati sul totale Italia salirà dal 45,6 per cento del 2006 al 51,4 per cento del 2016. (3) Ebbene, se nel frattempo le performance rimanessero costanti sul livello del 2006, per l’effetto meccanico della ricomposizione della popolazione studentesca a vantaggio di meridionali e immigrati, nel 2016 il valore medio del test Pisa scenderebbe di almeno 10 punti.
INVESTIRE NELL’EDUCAZIONE DEL SUD
È quindi necessario riflettere su come migliorare i risultati scolastici non tanto in termini generali quanto specificamente per queste due componenti, più dinamiche e, al tempo stesso, più sofferenti. Tanto più che senza decisive inversioni di rotta nelle politiche scolastiche, l’andamento demografico differenziato tra aree del paese comporterà una riduzione della spesa pro-capite in istruzione nelle regioni meridionali, peggiorando ulteriormente le probabilità di successo degli studenti di quelle aree. Dunque, per spendere meglio, si dovrebbe considerare come ogni euro investito per migliorare l’offerta scolastica darà potenzialmente maggiori ritorni se indirizzato al Mezzogiorno o agli immigrati. Il provvedimento del ministro Fioroni per il recupero degli apprendimenti in matematica e lingua italiana va nella giusta direzione. (4) Ma appare insufficiente: lo stanziamento di 5 milioni di euro consentirà di dare supporto a meno del 10 per cento della popolazione studentesca. (5) Se fossero focalizzati sugli studenti meridionali e immigrati, i 5 milioni di euro consentirebbero di raggiungerne quasi il 20 per cento.
PER SAPERNE DI PIÙ
“Quaderno bianco sulla scuola italiana”, 2007, ministero dell’Economia e delle Finanze e ministero delle Pubblica istruzione.
(1) Per gli immigrati ci si riferisce alle sole regioni e province autonome per cui il calcolo disaggregato è possibile. (2) Si vedano Checchi D. e Peragine V. (2005) "Regional disparities and equality of opportunity: the case of Italy". Iza Discussion Paper No. 1874. E Bratti, M., Checchi, D., Filippin, A. (2007) "Territorial Differences in Italian Students’ Mathematical Competencies: Evidence from Pisa 2003", Iza Discussion Paper No. 2603 (February). (3) Nello specifico, il calcolo si basa sulle seguenti ipotesi. Per gli studenti meridionali si è semplicemente estrapolato il numero di abitanti del Mezzogiorno che al 2006 avevano 5 anni e, quindi, avranno 15 anni nel 2016. Anche per gli studenti immigrati si è estrapolato il numero di abitanti immigrati che al 2006 avevano 5 anni ma a tale ammontare si è sommato il flusso stimato determinato dai nuovi arrivi. Per semplicità, si è previsto un afflusso di immigrati (di ogni età) di 150mila unità all’anno e allo stock finale di immigrati si è applicato un coefficiente di ricongiungimento familiare di 1 “immigrato di 5 anni equivalente del 2006” ogni 100 immigrati presenti a fine periodo. Agli studenti immigrati si è applicato un gap Pisa di 89 punti (il valore intermedio tra il massimo di 111 e il minimo di 67) rispetto agli studenti autoctoni. (4) Vedi comunicato stampa del 19 dicembre 2007. (5) Si giunge a una stima dell’8,5 per cento della popolazione studentesca ipotizzando: a) un costo orario di 20 euro; b) pacchetti di supporto di 50 ore; c) 10 allievi per classe di supporto.
March 25
Pensioni, solo in Lombardia più contributi che erogazioni. Assistenzialismo record al Sud
In Italia solo la Lombardia presenta un saldo previdenziale positivo, vale a dire che la quota di contributi versati dai lavoratori è superiore alle prestazioni pensionistiche erogate. Male la Liguria e tutte le Regioni del Sud, con il record di Benevento dove ci sono più pensioni che occupati. E' questo il quadro che emerge dalla ricerca dell'Associazione Artigiani e Piccole Imprese Cgia di Mestre, che ha analizzato la spesa pensionistica e i relativi contributi versati dai lavoratori all'Inps per ciascuna Regione nel 2005.
Dell'intera spesa pensionistica nazionale, solo il 77,5% è "coperta" dai contributi versati dai lavoratori (siano essi dipendenti o autonomi). Infatti, a fronte degli oltre 238 miliardi di euro di spesa, il gettito contributivo è pari a 184,6 miliardi. In pratica il deficit, nel 2005, è stato di quasi 53,5 miliardi di euro. E proprio l'analisi a livello regionale permette di mettere in evidenza le forti differenze esistenti tra Nord e Sud del Paese, differenze dovute principalmente a due fattori: lo scarso flusso contributivo presente al Sud (dovuto alla fortissima presenza di lavoro nero) e l'eccesso delle prestazioni assistenziali presenti nel Mezzogiorno. Così, mentre il 75% delle pensioni di anzianità sono concentrate nel Centro-Nord (dove è stata maggiore l'industrializzazione del paese) le prestazioni assistenziali sono prevalentemente concentrate al Sud: «Appare evidente – commenta Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia – che tra le tante proposte avanzate da molti esperti in materia previdenziale bisogna attivarsi per una seria lotta all'evasione contributiva ed effettuare un monitoraggio attento e puntuale sulle misure di sostegno al reddito, altrimenti il sistema rischia di non essere più gestibile economicamente».
In particolare, se solo la Lombardia ha un saldo previdenziale positivo (+ 35,8 milioni di euro pari ad un tasso di copertura del 100,1%), il Lazio (96,9%) e il Veneto (94,6%) seguono e occupano gli altri due posti. Subito dietro il Trentino Alto-Adige (93,1%) e l'Emilia Romagna (80,9%). Drammatica la situazione al Sud: esclusa la Liguria (penultimo posto con una copertura del 52,6%) gli ultimi posti in classifica sono ad appannaggio delle regioni meridionali. Terzultimo posto di Puglia e Sicilia (entrambe con una copertura del 54,9%) e, fanalino di coda, la Calabria (51,1%). Infine l'analisi della Cgia di Mestre ha analizzato anche l'incidenza del numero di pensioni sugli occupati per ogni provincia, dimostrando che in due province ci sono un numero di pensioni erogate superiore al numero di occupati che versano i contributi, vale a dire Benevento (102,5 pensioni ogni 100 occupati) e Lecce (101,5 ogni 100 lavoratori). A Terni situazione di "parità": il numero di pensioni è pari agl numero di occupati. La più virtuosa è la provincia di Bolzano che registra solo 50,6 pensioni erogate per ogni 100 occupati.
EQUILIBRIO DEL SISTEMA PREVIDENZIALE PER REGIONE
- ANNO 2005
(valori assoluti in migliaia di euro)
|
REGIONI
|
Prestazioni
erogate (A)
|
Contributi
versati (B)
|
|
Saldo previdenziale (B)-(A)
|
Tasso di copertura delle prestazioni
(Inc. % B/A)
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Lombardia
|
|
41.862.476
|
41.898.254
|
|
+35.778
|
100,1%
|
|
Lazio
|
|
22.694.607
|
21.992.447
|
|
-702.160
|
96,9%
|
|
Veneto
|
|
17.779.379
|
16.814.702
|
|
-964.677
|
94,6%
|
|
Trentino Alto-Adige
|
|
3.738.957
|
3.482.009
|
|
-256.948
|
93,1%
|
|
Emilia-Romagna
|
|
19.916.004
|
16.109.855
|
|
-3.806.149
|
80,9%
|
|
Valle d'Aosta
|
|
564.241
|
446.636
|
|
-117.605
|
79,2%
|
|
Piemonte
|
|
21.101.450
|
16.375.412
|
|
-4.726.038
|
77,6%
|
|
Marche
|
|
6.248.893
|
4.513.736
|
|
-1.735.157
|
72,2%
|
|
Friuli-Venezia Giulia
|
|
5.980.432
|
4.280.575
|
|
-1.699.857
|
71,6%
|
|
Toscana
|
|
16.642.627
|
11.559.373
|
|
-5.083.254
|
69,5%
|
|
Abruzzo
|
|
4.892.161
|
3.328.285
|
|
-1.563.876
|
68,0%
|
|
Molise
|
|
1.112.512
|
694.781
|
|
-417.731
|
62,5%
|
|
Campania
|
|
17.448.404
|
10.890.891
|
|
-6.557.513
|
62,4%
|
|
Sardegna
|
|
5.951.318
|
3.706.222
|
|
-2.245.096
|
62,3%
|
|
Basilicata
|
|
2.041.436
|
1.270.653
|
|
-770.783
|
62,2%
|
|
Umbria
|
|
3.959.513
|
2.393.398
|
|
-1.566.115
|
60,4%
|
|
Puglia
|
|
14.106.931
|
7.749.986
|
|
-6.356.945
|
54,9%
|
|
Sicilia
|
|
16.298.364
|
8.939.755
|
|
-7.358.609
|
54,9%
|
|
Liguria
|
|
8.809.947
|
4.637.630
|
|
-4.172.317
|
52,6%
|
|
Calabria
|
|
6.944.870
|
3.551.256
|
|
-3.393.614
|
51,1%
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Nord
|
119.752.886
|
104.045.072
|
|
-15.707.814
|
86,9%
|
|
Centro
|
49.545.640
|
40.458.954
|
|
-9.086.686
|
81,7%
|
|
Mezzogiorno
|
68.795.996
|
40.131.830
|
|
-28.664.166
|
58,3%
|
|
|
|
|
|
|
|
|
ITALIA
|
238.094.522
|
184.635.857
|
|
-53.458.665
|
77,5%
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Elaborazione Ufficio Studi CGIA di Mestre su dati ISTAT
N° di pensioni ogni 100 occupati
|
Pos.
|
Provincia
|
Pensioni ogni 100 occupati
|
Pos.
|
Provincia
|
Pensioni ogni 100 occupati
|
|
1
|
Benevento
|
102,5
|
|
55
|
Novara
|
79,2
|
|
2
|
Lecce
|
101,5
|
|
56
|
Lucca
|
79,0
|
|
3
|
Terni
|
100,0
|
|
57
|
Gorizia
|
79,0
|
|
4
|
Biella
|
98,5
|
|
58
|
Udine
|
78,9
|
|
5
|
Ferrara
|
97,6
|
|
59
|
Parma
|
78,9
|
|
6
|
Vercelli
|
96,9
|
|
60
|
Mantova
|
78,6
|
|
7
|
Isernia
|
96,8
|
|
61
|
Livorno
|
78,6
|
|
8
|
Alessandria
|
96,3
|
|
62
|
Belluno
|
78,5
|
|
9
|
Agrigento
|
95,3
|
|
63
|
Salerno
|
78,1
|
|
10
|
Potenza
|
93,6
|
|
64
|
Torino
|
77,9
|
|
11
|
Brindisi
|
93,2
|
|
65
|
Cuneo
|
77,8
|
|
12
|
Enna
|
93,1
|
|
66
|
Teramo
|
77,8
|
|
13
|
Genova
|
92,7
|
|
67
|
Ancona
|
76,6
|
|
14
|
Asti
|
92,0
|
|
68
|
Palermo
|
76,2
|
|
15
|
Vibo Valentia
|
91,8
|
|
69
|
Pisa
|
74,6
|
|
16
|
Viterbo
|
91,4
|
|
70
|
Bologna
|
73,8
|
|
17
|
Pavia
|
90,8
|
|
71
|
Modena
|
73,5
|
|
18
|
Reggio Calabria
|
90,3
|
|
72
|
Lecco
|
72,9
|
|
19
|
Piacenza
|
90,3
|
|
73
|
Como
|
72,9
|
|
20
|
Imperia
|
90,1
|
|
74
|
Reggio Emilia
|
72,6
|
|
21
|
Campobasso
|
89,8
|
|
75
|
Caserta
|
72,2
|
|
22
|
Caltanissetta
|
89,0
|
|
76
|
Varese
|
72,1
|
|
23
|
Savona
|
88,2
|
|
77
|
Sondrio
|
72,0
|
|
24
|
Crotone
|
88,0
|
|
78
|
Firenze
|
71,9
|
|
25
|
Avellino
|
86,4
|
|
79
|
Catania
|
70,1
|
|
26
|
Siena
|
85,5
|
|
80
|
Pordenone
|
69,9
|
|
27
|
Trapani
|
85,5
|
|
81
|
Prato
|
69,7
|
|
28
|
Perugia
|
85,4
|
|
82
|
Napoli
|
69,5
|
|
29
|
La Spezia
|
85,3
|
|
83
|
Lodi
|
66,9
|
|
30
|
Messina
|
85,3
|
|
84
|
Ragusa
|
66,8
|
|
31
|
Trieste
|
85,2
|
|
85
|
Milano
|
66,7
|
|
32
|
Taranto
|
85,2
|
|
86
|
Rimini
|
66,1
|
|
33
|
Ascoli Piceno
|
85,0
|
|
87
|
Bari
|
65,5
|
|
34
|
Catanzaro
|
84,5
|
|
88
|
Venezia
|
65,5
|
|
35
|
Ravenna
|
84,4
|
|
89
|
Vicenza
|
64,5
|
|
36
|
Cosenza
|
84,3
|
|
90
|
Brescia
|
64,5
|
|
37
|
Macerata
|
84,2
|
|
91
|
Aosta
|
64,1
|
|
38
|
L'Aquila
|
84,1
|
|
92
|
Latina
|
63,9
|
|
39
|
Foggia
|
83,9
|
|
93
|
Bergamo
|
63,0
|
|
40
|
Rieti
|
83,4
|
|
94
|
Verona
|
62,9
|
|
41
|
Massa Carrara
|
83,3
|
|
95
|
Padova
|
62,6
|
|
42
|
Frosinone
|
82,5
|
|
96
|
Treviso
|
60,4
|
|
43
|
Rovigo
|
82,5
|
|
97
|
Trento
|
59,2
|
|
44
|
Pistoia
|
82,4
|
|
98
|
Roma
|
56,1
|
|
45
|
Verbania
|
82,2
|
|
99
|
Bolzano
|
50,6
|
|
46
|
Grosseto
|
82,2
|
|
|
Cagliari
|
n.d.
|
|
47
|
Pescara
|
81,4
|
|
|
Carbonia-Iglesias
|
n.d.
|
|
48
|
Chieti
|
81,4
|
|
|
Sanluri-Villacidro
|
n.d.
|
|
49
|
Arezzo
|
80,7
|
|
|
Nuoro
|
n.d.
|
|
50
|
Cremona
|
80,6
|
|
|
Ogliastra
|
n.d.
|
|
51
|
Matera
|
80,2
|
|
|
Olbia-Tempio
|
n.d.
|
|
52
|
Pesaro-Urbino
|
80,0
|
|
|
Oristano
|
n.d.
|
|
53
|
Forlì
|
79,6
|
|
|
Sassari
|
n.d.
|
|
54
|
Siracusa
|
79,4
|
|
|
|
|
|
Elaborazione Ufficio Studi CGIA di Mestre su dati INPS e ISTAT |
Da: www.ilsole24ore.com
www.lehmann.altervista.org
January 11 Costa 200mila euro al giorno portare in Germania i rifiuti campani
11 gennaio 2008
Il trasporto della spazzatura campana in Germania costa ogni giorno allo Stato italiano circa 200mila euro. A rispondere alla domanda cruciale, che in tanti si saranno posti in questi giorni d'emergenza, è il settimanale tedesco «Der Spiegel». Un manager di Ecolog (una divisione delle Ferrovie italiane) ha rivelato al sito del giornale, sotto anonimato, che ogni giorno sono coinvolti due treni nel trasporto dell'immondizia verso la Germania, per una capacità di tarsporto pari a circa un settimo delle 7200 tonnellate che la Campania produce quotidianamente. Lo smaltimento, spiega la fonte, costa tra 170 e 200 euro a tonnellata, trasporto incluso. In tutto, 200mila euro circa al giorno.
Da: www.ilsole24ore.com
www.lehmann.altervista.org
October 20
20/10/2007
Tasse in vista per siti e blog
Polemica per nuova legge editoria
Tassare anche internet: l'articolo 7 del disegno di legge sull'editoria prevede infatti l'iscrizione obbligatoria al Roc, il registro degli operatori di comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale su internet. E il popolo della Rete si ribella. Portavoce delle proteste, manco a dirlo, Beppe Grillo.
Il noto blogger e animatore del Vaffa day ha nel mirino il ddl del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Ricardo Franco Levi che riordina il settore dell'editoria. Ma non c'è solo Beppe Grillo. Già una parte della maggioranza (Verdi, Di Pietro e comunisti in testa) che chiede emendamenti al provvedimento che mercoledì inizierà il suo iter alla Commissione Cultura della Camera, proprio con un'audizione di Levi. Grillo sostiene che il testo è stato scritto ''per tappare la bocca a Internet'' e a suo avviso se dovesse passare chiuderebbe il 99% dei siti. Non il suo: ''Se passa la legge sarà la fine della Rete in Italia. Il mio blog non chiuderà, se sarò costretto mi trasferirò armi, bagagli e server in uno Stato democratico''.
Gli risponde con una lettera lo stesso Levi, spiegando che con il provvedimento ''non intendiamo in alcun modo né tappare la bocca a Internet né provocare la fine della Rete. Non ne abbiamo il potere e, soprattutto, non ne abbiamo l'intenzione. Ciò che ci proponiamo è semplicemente di promuovere la riforma di un settore, quello, per l'appunto, dell'editoria, a sostegno del quale lo Stato spende somme importanti, che è regolato da norme che si sono succedute in modo disordinato nel corso degli anni e che corrispondono ormai con grande fatica ad una realta' profondamente cambiata sotto la spinta delle innovazioni della tecnologia''.
E aggiunge: ''Siamo consapevoli che, soprattutto quando si tratta di internet, di siti, di blog, la distinzione tra l'operatore professionale e il privato può essere sottile e non facile da definire". Già, e allora a chi spetterà decidere?. La risposta di Levi: "Nella legge affidiamo all'Autorità Garante per le Comunicazioni il compito di vigilare sul mercato e di stabilire i criteri per individuare i soggetti e le imprese tenuti ad iscriversi al Registro degli Operatori''. Ma anche la stessa Agcom esprime perplessità il commissario Nicola D'Angelo, che invita a ''contemperare le esigenze di garanzia con la libera apertura della rete''. Altrimenti, conclude, ''finirà che i blog si faranno dall'estero''.
Da: www.tgcom.it
www.lehmann.altervista.org October 18
Baby criminali, aumentano gli italiani
E sono più frequenti i reati violenti
18/10/2007
Dati in controtendenza sulla criminalità giovanile: aumenta la percentuale di italiani rispetto agli stranieri.
Sono le statistiche del Dipartimento giustizia minorile del ministero della Giustizia a dirci che nel 2006 la presenza media negli Istituti penali per minorenni (Ipm) è stata di 417,6 persone: il 12% in meno rispetto al 2005, un calo dovuto soprattutto all'indulto.
Di questi baby-criminali, il 54% erano stranieri (soprattutto romeni, marocchini, serbi) e il 46% italiani, l’89% maschi e l’11% femmine. Al Nord e al Centro gli stranieri sono più numerosi, al Sud lo sono gli italiani.
Su un totale di 18 Ipm, in 11 i secondi superano i primi. L’età prevalente è 16-17 anni (nel 51% dei casi) e la maggioranza (il 63%) era in attesa del primo giudizio. Al 31 dicembre 2006 erano detenuti per reati legati alla droga 20 italiani e 38 stranieri, per furto 24 e 50, per rapina 63 e 53, per lesioni 19 e 19, per omicidio 17 e 6, per stupro 2 e 6.
In generale i reati contro il patrimonio (furti e rapine) sono più frequenti tra gli stranieri, quelli contro la persona e quelli legati alla droga tra gli italiani. In particolare, va notato che aumentano tra questi ultimi i fenomeni di bullismo, che ora sono degenerati in atti molto più gravi: violenza privata, lesioni, aggressioni, stupri di gruppo.
Molti minori che entrano in contatto con la giustizia minorile fanno uso di droghe, occasionalmente o abitualmente, per lo più di cannabinoidi e cocaina. Il 70% di questi sono italiani.
I dati ci dicono che su scala generale proprio gli italiani stanno recuperando terreno. In carcere sono meno numerosi, ma rappresentano il 70% dei minorenni denunciati alle procure. Questo fenomeno è ulteriormente significativo perché i giovani di casa nostra finiscono meno facilmente in carcere. Chi ha una famiglia alle spalle e nessun problema di clandestinità ha più possibilità di ricorrere a misure alternative: centri di prima accoglienza o comunità, affidamento ai servizi sociali oppure arresti domiciliari.
Lo prova il fatto che il 56% dei ragazzi in comunità è italiano e in queste strutture, dal ‘98 al 2006, gli ingressi sono aumentati del 128%.
Nel 2004 (ultimo anno rilevato dal Ministero) sono stati denunciati alle Procure presso il Tribunale dei minori 41.529 giovani con meno di 18 anni. Il numero comprende anche i minori di 14 anni, cioè non imputabili, che sono quasi il 30%. Sul totale, gli italiani erano il 71%.
Secondo don Gino Rigoldi, cappellano dell’Ipm “Beccaria” di Milano, i giovani italiani che passano per gli istituti scontano soprattutto un problema di abbandono e poca attenzione da parte dei genitori.
“Vedo arrivare ragazzi dalle periferie difficili, con un’educazione povera e famiglie disattente. Ma oggi i giovani hanno qualcosa in meno di allora: gli manca una visione positiva del futuro. Hanno uno sguardo depresso, spento. Non vedono uno sbocco per la propria vita. Nel deserto dei quartieri quello che conta è ciò che devono assolutamente possedere e il furto o la rapina diventano il modo per diventare protagonisti di qualcosa”.
Secondo Elvira Narducci, vicedirettore dello stesso istituto, a questi giovani manca soprattutto “un adulto che li responsabilizzi, che sappia dire di no e che insegni loro a fare delle scelte”.
Da: http://notizie.alice.it
www.lehmann.altervista.org
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