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日志


3月28日

Risultati dell'indagine dell'Università di Pisa sugli studenti italiani

PISA AMARA PER MERIDIONALI E IMMIGRATI

di Giovanni Ferri e Vito Peragine 28.03.2008

I risultati dell'indagine Pisa sono sconfortanti per l'Italia. E i punteggi sono significativamente inferiori alla media italiana sia per gli studenti meridionali che per quelli figli di immigrati. Proprio le due componenti destinate a pesare di più nella composizione della popolazione scolastica del prossimo futuro. In prospettiva, dunque, la situazione peggiorerà ancora. Intervenire è necessario. Ma ogni euro investito per migliorare l'offerta scolastica darà potenzialmente maggiori ritorni se indirizzato al Mezzogiorno o agli immigrati.

Poco tempo fa sono stati diffusi i risultati del test Pisa effettuato nel 2006. L’esito è preoccupante perché conferma la posizione di coda dell’Italia rispetto sia ai paesi Ocse sia alla media europea.
Per fare un solo esempio, nei test di lettura il punteggio medio degli studenti italiani è calato da 487 a 469 rispetto alla rilevazione precedente, contro una media Ocse scesa, nello stesso periodo, da 500 a 492. E la nostra posizione sarebbe probabilmente peggiorata ancora se, come in altri paesi, fossero stati considerati anche i corsi professionali gestiti dalle regioni, che invece sono stati esclusi, producendo così una sovrastima della media campionaria delle performance.

LA SCUOLA E LA DEMOGRAFIA

Il problema è generalizzato. Tuttavia, vale la pena di notare che in Italia agiscono due componenti demografiche che in prospettiva, a parità di altre condizioni, potrebbero far ulteriormente calare i risultati.
In particolare, le due componenti più dinamiche all’interno della popolazione scolastica italiana sono gli alunni meridionali e quelli immigrati o figli di immigrati. Ciò dipende dal fatto che il tasso di fertilità femminile è stato, ed è tuttora, più basso nel Centro-Nord (1,20) che nel Mezzogiorno (1,33) e che la fertilità è ancora maggiore tra le donne immigrate (2,60). È perciò possibile predire già oggi che il peso di queste due categorie all’interno della popolazione di studenti quindicenni che sosterranno il test Pisa nelle prossime tornate tenderà a salire. Perché ci si deve preoccupare di questo? Perché i punteggi Pisa sono significativamente inferiori alla media sia per gli studenti meridionali che per quelli figli di immigrati.
Ad esempio, per la literacy scientifica, gli score Pisa sono pari a 448 per gli studenti meridionali contro i 520 e 501 rispettivamente del Nord-Est e del Nord-Ovest, con un gap che quindi varia tra 72 e 53.
Per la prima volta, è inoltre possibile studiare le differenze tra le regioni meridionali. Pur in presenza di risultati diversi per diverse tipologie di test, un dato emerge con chiarezza: la variabilità media tra le regioni meridionali è più bassa della variabilità tra le regioni del Nord. Dunque, i bassi risultati delle scuole meridionali sono un fenomeno generalizzato.
Scostamenti ancora più significativi si registrano tra i punteggi medi degli studenti immigrati (1) e le performance medie regionali: si passa da un gap di 111 punti della Liguria a un minimo di 67 punti per il Piemonte. È da notare che lo scostamento dei risultati degli immigrati rispetto alla media nazionale è in Italia più pronunciato che in altri Paesi europei, come Spagna, Inghilterra, Belgio.
Per l’andamento scolastico insoddisfacente degli studenti del Mezzogiorno sono state proposte in passato spiegazioni legate a un insieme di fattori economici, ambientali e familiari. (2)
Gli score più bassi degli studenti figli di immigrati possono essere spiegati in due modi. Da un lato, il fatto che l’Italia riceva la quasi totalità di immigrati in forma illegale – e li regolarizzi poi con le sanatorie – contribuisce ad attrarre persone con livelli di istruzione inferiori rispetto a quanto accade negli altri principali paesi dell’Unione Europea. L’eredità familiare è una delle principali determinanti degli apprendimenti di uno studente, e ciò quindi spiega in parte i bassi punteggi. Dall’altro lato, la scuola italiana sconta ritardi patologici nell’adattare l’offerta formativa alle esigenze del tutto particolari di comunità immigrate che si debbono integrare, ma la cui istruzione difficilmente può prescindere da una comprensione delle culture d’origine.
Alla luce di tutto ciò, è lecito aspettarsi in prospettiva un peggioramento delle performance medie degli studenti italiani. Sulla base di ipotesi prudenti, si può stimare che la percentuale di studenti di 15 anni meridionali e immigrati sul totale Italia salirà dal 45,6 per cento del 2006 al 51,4 per cento del 2016. (3) Ebbene, se nel frattempo le performance rimanessero costanti sul livello del 2006, per l’effetto meccanico della ricomposizione della popolazione studentesca a vantaggio di meridionali e immigrati, nel 2016 il valore medio del test Pisa scenderebbe di almeno 10 punti.

INVESTIRE NELL’EDUCAZIONE DEL SUD

È quindi necessario riflettere su come migliorare i risultati scolastici non tanto in termini generali quanto specificamente per queste due componenti, più dinamiche e, al tempo stesso, più sofferenti. Tanto più che senza decisive inversioni di rotta nelle politiche scolastiche, l’andamento demografico differenziato tra aree del paese comporterà una riduzione della spesa pro-capite in istruzione nelle regioni meridionali, peggiorando ulteriormente le probabilità di successo degli studenti di quelle aree.
Dunque, per spendere meglio, si dovrebbe considerare come ogni euro investito per migliorare l’offerta scolastica darà potenzialmente maggiori ritorni se indirizzato al Mezzogiorno o agli immigrati.
Il provvedimento del ministro Fioroni per il recupero degli apprendimenti in matematica e lingua italiana va nella giusta direzione. (4) Ma appare insufficiente: lo stanziamento di 5 milioni di euro consentirà di dare supporto a meno del 10 per cento della popolazione studentesca. (5)
Se fossero focalizzati sugli studenti meridionali e immigrati, i 5 milioni di euro consentirebbero di raggiungerne quasi il 20 per cento.

PER SAPERNE DI PIÙ

“Quaderno bianco sulla scuola italiana”, 2007, ministero dell’Economia e delle Finanze e ministero delle Pubblica istruzione.


(1) Per gli immigrati ci si riferisce alle sole regioni e province autonome per cui il calcolo disaggregato è possibile.
(2) Si vedano Checchi D. e Peragine V. (2005) "Regional disparities and equality of opportunity: the case of Italy". Iza Discussion Paper No. 1874. E Bratti, M., Checchi, D., Filippin, A. (2007) "Territorial Differences in Italian Students’ Mathematical Competencies: Evidence from Pisa 2003", Iza Discussion Paper No. 2603 (February).
(3) Nello specifico, il calcolo si basa sulle seguenti ipotesi. Per gli studenti meridionali si è semplicemente estrapolato il numero di abitanti del Mezzogiorno che al 2006 avevano 5 anni e, quindi, avranno 15 anni nel 2016. Anche per gli studenti immigrati si è estrapolato il numero di abitanti immigrati che al 2006 avevano 5 anni ma a tale ammontare si è sommato il flusso stimato determinato dai nuovi arrivi. Per semplicità, si è previsto un afflusso di immigrati (di ogni età) di 150mila unità all’anno e allo stock finale di immigrati si è applicato un coefficiente di ricongiungimento familiare di 1 “immigrato di 5 anni equivalente del 2006” ogni 100 immigrati presenti a fine periodo. Agli studenti immigrati si è applicato un gap Pisa di 89 punti (il valore intermedio tra il massimo di 111 e il minimo di 67) rispetto agli studenti autoctoni.
(4) Vedi comunicato stampa del 19 dicembre 2007.
(5) Si giunge a una stima dell’8,5 per cento della popolazione studentesca ipotizzando: a) un costo orario di 20 euro; b) pacchetti di supporto di 50 ore; c) 10 allievi per classe di supporto.

  
 
 
 
3月25日

Pensioni, solo in Lombardia più contributi che erogazioni. Assistenzialismo record al Sud

Pensioni, solo in Lombardia più contributi che erogazioni. Assistenzialismo record al Sud

In Italia solo la Lombardia presenta un saldo previdenziale positivo, vale a dire che la quota di contributi versati dai lavoratori è superiore alle prestazioni pensionistiche erogate. Male la Liguria e tutte le Regioni del Sud, con il record di Benevento dove ci sono più pensioni che occupati. E' questo il quadro che emerge dalla ricerca dell'Associazione Artigiani e Piccole Imprese Cgia di Mestre, che ha analizzato la spesa pensionistica e i relativi contributi versati dai lavoratori all'Inps per ciascuna Regione nel 2005.

Dell'intera spesa pensionistica nazionale, solo il 77,5% è "coperta" dai contributi versati dai lavoratori (siano essi dipendenti o autonomi). Infatti, a fronte degli oltre 238 miliardi di euro di spesa, il gettito contributivo è pari a 184,6 miliardi. In pratica il deficit, nel 2005, è stato di quasi 53,5 miliardi di euro.
E proprio l'analisi a livello regionale permette di mettere in evidenza le forti differenze esistenti tra Nord e Sud del Paese, differenze dovute principalmente a due fattori: lo scarso flusso contributivo presente al Sud (dovuto alla fortissima presenza di lavoro nero) e l'eccesso delle prestazioni assistenziali presenti nel Mezzogiorno. Così, mentre il 75% delle pensioni di anzianità sono concentrate nel Centro-Nord (dove è stata maggiore l'industrializzazione del paese) le prestazioni assistenziali sono prevalentemente concentrate al Sud: «Appare evidente – commenta Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia – che tra le tante proposte avanzate da molti esperti in materia previdenziale bisogna attivarsi per una seria lotta all'evasione contributiva ed effettuare un monitoraggio attento e puntuale sulle misure di sostegno al reddito, altrimenti il sistema rischia di non essere più gestibile economicamente».

In particolare, se solo la Lombardia ha un saldo previdenziale positivo (+ 35,8 milioni di euro pari ad un tasso di copertura del 100,1%), il Lazio (96,9%) e il Veneto (94,6%) seguono e occupano gli altri due posti. Subito dietro il Trentino Alto-Adige (93,1%) e l'Emilia Romagna (80,9%). Drammatica la situazione al Sud: esclusa la Liguria (penultimo posto con una copertura del 52,6%) gli ultimi posti in classifica sono ad appannaggio delle regioni meridionali. Terzultimo posto di Puglia e Sicilia (entrambe con una copertura del 54,9%) e, fanalino di coda, la Calabria (51,1%). Infine l'analisi della Cgia di Mestre ha analizzato anche l'incidenza del numero di pensioni sugli occupati per ogni provincia, dimostrando che in due province ci sono un numero di pensioni erogate superiore al numero di occupati che versano i contributi, vale a dire Benevento (102,5 pensioni ogni 100 occupati) e Lecce (101,5 ogni 100 lavoratori). A Terni situazione di "parità": il numero di pensioni è pari agl numero di occupati. La più virtuosa è la provincia di Bolzano che registra solo 50,6 pensioni erogate per ogni 100 occupati.

 EQUILIBRIO DEL SISTEMA PREVIDENZIALE PER REGIONE

- ANNO 2005

 

(valori assoluti in migliaia di euro)

REGIONI

Prestazioni

erogate (A)

Contributi

versati (B)

 

Saldo previdenziale (B)-(A)

Tasso di copertura delle prestazioni

(Inc. % B/A)

 

 

 

 

 

 

 

 

Lombardia

 

41.862.476

41.898.254

 

+35.778

100,1%

Lazio

 

22.694.607

21.992.447

 

-702.160

96,9%

Veneto

 

17.779.379

16.814.702

 

-964.677

94,6%

Trentino Alto-Adige

 

3.738.957

3.482.009

 

-256.948

93,1%

Emilia-Romagna

 

19.916.004

16.109.855

 

-3.806.149

80,9%

Valle d'Aosta

 

564.241

446.636

 

-117.605

79,2%

Piemonte

 

21.101.450

16.375.412

 

-4.726.038

77,6%

Marche

 

6.248.893

4.513.736

 

-1.735.157

72,2%

Friuli-Venezia Giulia

 

5.980.432

4.280.575

 

-1.699.857

71,6%

Toscana

 

16.642.627

11.559.373

 

-5.083.254

69,5%

Abruzzo

 

4.892.161

3.328.285

 

-1.563.876

68,0%

Molise

 

1.112.512

694.781

 

-417.731

62,5%

Campania

 

17.448.404

10.890.891

 

-6.557.513

62,4%

Sardegna

 

5.951.318

3.706.222

 

-2.245.096

62,3%

Basilicata

 

2.041.436

1.270.653

 

-770.783

62,2%

Umbria

 

3.959.513

2.393.398

 

-1.566.115

60,4%

Puglia

 

14.106.931

7.749.986

 

-6.356.945

54,9%

Sicilia

 

16.298.364

8.939.755

 

-7.358.609

54,9%

Liguria

 

8.809.947

4.637.630

 

-4.172.317

52,6%

Calabria

 

6.944.870

3.551.256

 

-3.393.614

51,1%

 

 

 

 

 

 

 

Nord

119.752.886

104.045.072

 

-15.707.814

86,9%

Centro

49.545.640

40.458.954

 

-9.086.686

81,7%

Mezzogiorno

68.795.996

40.131.830

 

-28.664.166

58,3%

 

 

 

 

 

 

ITALIA

238.094.522

184.635.857

 

-53.458.665

77,5%

 

 

 

 

 

 

 

 

Elaborazione Ufficio Studi CGIA di Mestre su dati ISTAT



 

N° di pensioni ogni 100 occupati

Pos.

Provincia

Pensioni ogni 100 occupati

Pos.

Provincia

Pensioni ogni 100 occupati

1

Benevento

102,5

 

55

Novara

79,2

2

Lecce

101,5

 

56

Lucca

79,0

3

Terni

100,0

 

57

Gorizia

79,0

4

Biella

98,5

 

58

Udine

78,9

5

Ferrara

97,6

 

59

Parma

78,9

6

Vercelli

96,9

 

60

Mantova

78,6

7

Isernia

96,8

 

61

Livorno

78,6

8

Alessandria

96,3

 

62

Belluno

78,5

9

Agrigento

95,3

 

63

Salerno

78,1

10

Potenza

93,6

 

64

Torino

77,9

11

Brindisi

93,2

 

65

Cuneo

77,8

12

Enna

93,1

 

66

Teramo

77,8

13

Genova

92,7

 

67

Ancona

76,6

14

Asti

92,0

 

68

Palermo

76,2

15

Vibo Valentia

91,8

 

69

Pisa

74,6

16

Viterbo

91,4

 

70

Bologna

73,8

17

Pavia

90,8

 

71

Modena

73,5

18

Reggio Calabria

90,3

 

72

Lecco

72,9

19

Piacenza

90,3

 

73

Como

72,9

20

Imperia

90,1

 

74

Reggio Emilia

72,6

21

Campobasso

89,8

 

75

Caserta

72,2

22

Caltanissetta

89,0

 

76

Varese

72,1

23

Savona

88,2

 

77

Sondrio

72,0

24

Crotone

88,0

 

78

Firenze

71,9

25

Avellino

86,4

 

79

Catania

70,1

26

Siena

85,5

 

80

Pordenone

69,9

27

Trapani

85,5

 

81

Prato

69,7

28

Perugia

85,4

 

82

Napoli

69,5

29

La Spezia

85,3

 

83

Lodi

66,9

30

Messina

85,3

 

84

Ragusa

66,8

31

Trieste

85,2

 

85

Milano

66,7

32

Taranto

85,2

 

86

Rimini

66,1

33

Ascoli Piceno

85,0

 

87

Bari

65,5

34

Catanzaro

84,5

 

88

Venezia

65,5

35

Ravenna

84,4

 

89

Vicenza

64,5

36

Cosenza

84,3

 

90

Brescia

64,5

37

Macerata

84,2

 

91

Aosta

64,1

38

L'Aquila

84,1

 

92

Latina

63,9

39

Foggia

83,9

 

93

Bergamo

63,0

40

Rieti

83,4

 

94

Verona

62,9

41

Massa Carrara

83,3

 

95

Padova

62,6

42

Frosinone

82,5

 

96

Treviso

60,4

43

Rovigo

82,5

 

97

Trento

59,2

44

Pistoia

82,4

 

98

Roma

56,1

45

Verbania

82,2

 

99

Bolzano

50,6

46

Grosseto

82,2

 

 

Cagliari

n.d.

47

Pescara

81,4

 

 

Carbonia-Iglesias

n.d.

48

Chieti

81,4

 

 

Sanluri-Villacidro

n.d.

49

Arezzo

80,7

 

 

Nuoro

n.d.

50

Cremona

80,6

 

 

Ogliastra

n.d.

51

Matera

80,2

 

 

Olbia-Tempio

n.d.

52

Pesaro-Urbino

80,0

 

 

Oristano

n.d.

53

Forlì

79,6

 

 

Sassari

n.d.

54

Siracusa

79,4

 

 

 

 

Elaborazione Ufficio Studi CGIA di Mestre su dati INPS e ISTAT

 

Da: www.ilsole24ore.com

 

www.lehmann.altervista.org

 

1月11日

Costa 200mila euro al giorno portare in Germania i rifiuti campani

Costa 200mila euro al giorno portare in Germania i rifiuti campani

11 gennaio 2008
  

 

Il trasporto della spazzatura campana in Germania costa ogni giorno allo Stato italiano circa 200mila euro. A rispondere alla domanda cruciale, che in tanti si saranno posti in questi giorni d'emergenza, è il settimanale tedesco «Der Spiegel». Un manager di Ecolog (una divisione delle Ferrovie italiane) ha rivelato al sito del giornale, sotto anonimato, che ogni giorno sono coinvolti due treni nel trasporto dell'immondizia verso la Germania, per una capacità di tarsporto pari a circa un settimo delle 7200 tonnellate che la Campania produce quotidianamente. Lo smaltimento, spiega la fonte, costa tra 170 e 200 euro a tonnellata, trasporto incluso. In tutto, 200mila euro circa al giorno.

Da: www.ilsole24ore.com

 

www.lehmann.altervista.org

 

10月20日

Tasse in vista per siti e blog

20/10/2007

Tasse in vista per siti e blog

Polemica per nuova legge editoria

Tassare anche internet: l'articolo 7 del disegno di legge sull'editoria prevede infatti l'iscrizione obbligatoria al Roc, il registro degli operatori di comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale su internet. E il popolo della Rete si ribella. Portavoce delle proteste, manco a dirlo, Beppe Grillo.

Il noto blogger e animatore del Vaffa day ha nel mirino il ddl del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Ricardo Franco Levi che riordina il settore dell'editoria. Ma non c'è solo Beppe Grillo. Già una parte della maggioranza (Verdi, Di Pietro e comunisti in testa) che chiede emendamenti al provvedimento che mercoledì inizierà il suo iter alla Commissione Cultura della Camera, proprio con un'audizione di Levi. Grillo sostiene che il testo è stato scritto ''per tappare la bocca a Internet'' e a suo avviso se dovesse passare chiuderebbe il 99% dei siti. Non il suo: ''Se passa la legge sarà la fine della Rete in Italia. Il mio blog non chiuderà, se sarò costretto mi trasferirò armi, bagagli e server in uno Stato democratico''.

Gli risponde con una lettera lo stesso Levi, spiegando che con il provvedimento ''non intendiamo in alcun modo né tappare la bocca a Internet né provocare la fine della Rete. Non ne abbiamo il potere e, soprattutto, non ne abbiamo l'intenzione. Ciò che ci proponiamo è semplicemente di promuovere la riforma di un settore, quello, per l'appunto, dell'editoria, a sostegno del quale lo Stato spende somme importanti, che è regolato da norme che si sono succedute in modo disordinato nel corso degli anni e che corrispondono ormai con grande fatica ad una realta' profondamente cambiata sotto la spinta delle innovazioni della tecnologia''.

E aggiunge: ''Siamo consapevoli che, soprattutto quando si tratta di internet, di siti, di blog, la distinzione tra l'operatore professionale e il privato può essere sottile e non facile da definire". Già, e allora a chi spetterà decidere?. La risposta di Levi: "Nella legge affidiamo all'Autorità Garante per le Comunicazioni il compito di vigilare sul mercato e di stabilire i criteri per individuare i soggetti e le imprese tenuti ad iscriversi al Registro degli Operatori''. Ma anche la stessa Agcom esprime perplessità il commissario Nicola D'Angelo, che invita a ''contemperare le esigenze di garanzia con la libera apertura della rete''. Altrimenti, conclude, ''finirà che i blog si faranno dall'estero''.

Da: www.tgcom.it

www.lehmann.altervista.org

10月18日

Baby criminali, aumentano gli italiani

Baby criminali, aumentano gli italiani

E sono più frequenti i reati violenti

18/10/2007

Dati in controtendenza sulla criminalità giovanile: aumenta la percentuale di italiani rispetto agli stranieri.

Sono le statistiche del Dipartimento giustizia minorile del ministero della Giustizia a dirci che nel 2006 la presenza media negli Istituti penali per minorenni (Ipm) è stata di 417,6 persone: il 12% in meno rispetto al 2005, un calo dovuto soprattutto all'indulto.

Di questi baby-criminali, il 54% erano stranieri (soprattutto romeni, marocchini, serbi) e il 46% italiani, l’89% maschi e l’11% femmine. Al Nord e al Centro gli stranieri sono più numerosi, al Sud lo sono gli italiani.

Su un totale di 18 Ipm, in 11 i secondi superano i primi. L’età prevalente è 16-17 anni (nel 51% dei casi) e la maggioranza (il 63%) era in attesa del primo giudizio. Al 31 dicembre 2006 erano detenuti per reati legati alla droga 20 italiani e 38 stranieri, per furto 24 e 50, per rapina 63 e 53, per lesioni 19 e 19, per omicidio 17 e 6, per stupro 2 e 6.

In generale i reati contro il patrimonio (furti e rapine) sono più frequenti tra gli stranieri, quelli contro la persona e quelli legati alla droga tra gli italiani.
In particolare, va notato che aumentano tra questi ultimi i fenomeni di bullismo, che ora sono degenerati in atti molto più gravi: violenza privata, lesioni, aggressioni, stupri di gruppo.

Molti minori che entrano in contatto con la giustizia minorile fanno uso di droghe, occasionalmente o abitualmente, per lo più di cannabinoidi e cocaina. Il 70% di questi sono italiani.

I dati ci dicono che su scala generale proprio gli italiani stanno recuperando terreno. In carcere sono meno numerosi, ma rappresentano il 70% dei minorenni denunciati alle procure.
Questo fenomeno è ulteriormente significativo perché i giovani di casa nostra finiscono meno facilmente in carcere. Chi ha una famiglia alle spalle e nessun problema di clandestinità ha più possibilità di ricorrere a misure alternative: centri di prima accoglienza o comunità, affidamento ai servizi sociali oppure arresti domiciliari.

Lo prova il fatto che il 56% dei ragazzi in comunità è italiano e in queste strutture, dal ‘98 al 2006, gli ingressi sono aumentati del 128%.

Nel 2004 (ultimo anno rilevato dal Ministero) sono stati denunciati alle Procure presso il Tribunale dei minori 41.529 giovani con meno di 18 anni. Il numero comprende anche i minori di 14 anni, cioè non imputabili, che sono quasi il 30%. Sul totale, gli italiani erano il 71%.

Secondo don Gino Rigoldi, cappellano dell’Ipm “Beccaria” di Milano, i giovani italiani che passano per gli istituti scontano soprattutto un problema di abbandono e poca attenzione da parte dei genitori.

“Vedo arrivare ragazzi dalle periferie difficili, con un’educazione povera e famiglie disattente. Ma oggi i giovani hanno qualcosa in meno di allora: gli manca una visione positiva del futuro. Hanno uno sguardo depresso, spento. Non vedono uno sbocco per la propria vita. Nel deserto dei quartieri quello che conta è ciò che devono assolutamente possedere e il furto o la rapina diventano il modo per diventare protagonisti di qualcosa”.

Secondo Elvira Narducci, vicedirettore dello stesso istituto, a questi giovani manca soprattutto “un adulto che li responsabilizzi, che sappia dire di no e che insegni loro a fare delle scelte”.

Da: http://notizie.alice.it

www.lehmann.altervista.org

 

9月5日

Crimini e misfatti ad un anno dall'indulto

04-09-2007
Crimini e misfatti ad un anno dall'indulto

di Giovanni Mastrobuono e Alessandro Barbarino 

È passato poco più di un anno dall’ultimo indulto e si torna a discutere dell’opportunità di tali strumenti per affrontare l’emergenza legata al sovraffollamento delle carceri, insostenibile sia per le condizioni psico-fisiche e igieniche dei carcerati che per il conseguente stress del personale di servizio. Uno studio recente ha analizzato statisticamente i cambiamenti nel numero e nelle tipologie di crimini successivi all’indulto del 2006 e agli atti di clemenza degli ultimi quaranta anni. (1)
Due sono i risultati inequivocabili. Dopo l’ultimo provvedimento le rapine in banca, l’unico dato criminale già disponibile, sono quasi raddoppiate. Più in generale, a seguito di indulti o amnistie, varie tipologie di crimine subiscono improvvise impennate.

I dati dell’Abi e dell’Istat

Ma andiamo con ordine. In base ai dati dell’Associazione bancaria italiana, nel mese successivo all’indulto del 2006, le rapine in banca che nell’anno precedente avevano segnato una linea decrescente, sono addirittura raddoppiate per poi attestarsi su livelli leggermente più bassi, ma pur sempre significativamente più elevati di quelli antecedenti il provvedimento. Una situazione drammatica se valutata retrospettivamente perché, a seguito delle quindici tra amnistie e indulti degli ultimi quaranta anni, la popolazione carceraria si è ridotta periodicamente di una percentuale che oscilla tra il 20 e il 50 per cento. Migliaia di potenziali malfattori liberi di tornare a sfidare la legalità.
I dati ISTAT mostrano che a seguito dei vari atti di clemenza susseguitesi dal 1962 ad oggi i crimini che aumentano più marcatamente a seguito di tali atti sono le rapine in banca (0.38 all’anno per ogni detenuto liberato), lo spaccio di stupefacenti (0.61 all’anno per detenuto), le frodi (5 all’anno per detenuto), i furti di autoveicoli (5 all’anno per detenuto), i borseggi (42 all’anno per detenuto) e persino gli omicidi (0.02 all’anno per detenuto). Analizzando le statistiche giudiziarie penali regionali, si evince che l’aumento dei crimini denunciati alle forze dell’ordine va di pari passo con l’aumento degli scarcerati, e il fenomeno è tanto più evidente nelle regioni nelle quali si liberano più detenuti. In passato, ci sono stati casi in cui le misure di clemenza hanno letteralmente svuotato le prigioni: è avvenuto nel 1966 in Abruzzo e Molise (-85 per cento) e nel 1970 in Trentino Alto Adige (-77 per cento). Ed erano anni in cui non esisteva ancora il problema del sovraffollamento delle carceri che, è giusto ammetterlo, resta a tutt’oggi il nodo principale da sciogliere.

L’analisi costi-benefici

Tuttavia, per non farsi fuorviare da giudizi (o pregiudizi) moralistici e facili luoghi comuni, è necessario analizzare a fondo le conseguenze che indulti e amnistie comportano sul piano sociale. A giustificazione della misura dell’indulto si adduce quasi sempre il sovraffollamento delle carceri, mentre i critici del provvedimento rispondono che sarebbe largamente preferibile costruire nuovi penitenziari. Ma entrambi gli schieramenti trascurano l’analisi dei costi-benefici.
Quando viene decisa una misura eccezionale come l’indulto o l’amnistia, il legislatore mette necessariamente in conto un possibile aumento del crimine. L’importante però è che il costo legato al preventivato aumento del crimine resti ben al di sotto del beneficio derivante dal provvedimento di clemenza.
Le cifre che emergono dai dati dell’Istituto di statistica, così come quelle sulle rapine in banca fornite dall’Associazione bancaria italiana, indicano che il risultato raggiunto si situa largamente al di sotto delle aspettative: a fronte di una spesa media per detenuto calcolata intorno ai 70mila euro l’anno (2), la società civile paga un prezzo stimato di 150mila euro in conseguenza dei crimini commessi in media dai detenuti che usufruiscono del beneficio di clemenza. E si tratta di una stima che pecca per difetto, perché non tiene conto di alcune tipologie di reati per i quali è impossibile stabilire un costo, come lo spaccio di stupefacenti, i tentativi di omicidio o la categoria residua dell’Istat "altri crimini".
È dunque assolutamente necessario riequilibrare il rapporto tra costi e benefici della detenzione.

Una selezione dei detenuti

Le riflessioni suggerite dall’analisi dei dati Istat lasciano poco spazio alla fantasia, almeno nel breve periodo. Per avvicinare il rapporto costi-benefici della detenzione, al legislatore non resta molto altro da fare se non impegnarsi, con più convinzione di quanto non abbia fatto sinora, affinché eventuali nuove misure di clemenza tengano assolutamente conto della necessità di selezionare in modo rigoroso i detenuti da liberare, per escludere i criminali abituali e di professione e tutti gli appartenenti alla categoria dei recidivi, che invece hanno potuto approfittare una volta ancora dell’atto di clemenza del 2006 dopo quello del 1990. Sarebbe infatti un bel risultato se si riuscisse a stabilire preventivamente, in base alla "carriera" criminale del detenuto, chi rappresenta un costo sociale sufficientemente basso da poter essere liberato senza grave danno.
Per decidere quali fattori incidono sulla probabilità di recidività del detenuto sarebbe auspicabile l’utilizzo di modelli econometrici. Permetterebbero di valutare l’importanza di alcuni fattori, come ad esempio l’età del detenuto, il sesso, il tipo e il numero di crimini commessi in passato. Queste informazioni potrebbero poi essere utilizzate dal giudice come strumento utile per scegliere se concedere o meno il beneficio di clemenza. Modelli simili vengono già utilizzati in ambito giudiziario negli Stati Uniti, e tributario in Italia. In fondo, l’unica differenza con i cosiddetti studi di settore è che, invece di valutare la capacità di produrre ricavi da parte di un’attività economica, si valuta la probabilità di un detenuto di commettere determinati crimini.
Prima dell’indulto del luglio 2006 la popolazione carceraria italiana era pari a 60mila persone. Grazie all’indulto ne sono state liberate circa 26mila. Ma a giugno 2007, ultimo dato disponibile, si era già tornati alla capienza regolamentare delle carceri, e cioè 43mila detenuti. Tra pochissimo, dunque, si riproporrà il problema del sovraffollamento. Prima di riparlare di atti di clemenza, andrebbero almeno introdotte misure di selezione più efficienti di quelle adottate finora.

(1) "The Incapacitation Effect of Incarceration: Evidence From Several Italian Collective Pardons" di Alessandro Barbarino e Giovanni Mastrobuoni. Disponibile su www.carloalberto.org
(2) Oltre alle spese di mantenimento, in Italia è la sorveglianza dei detenuti ad avere un costo elevatissimo, con un rapporto di uno a uno tra secondini e carcerati.

 

 

Da: www.lavoce.info
 
 
 
 
8月19日

Eldorado in Parlamento

ELDORADO IN PARLAMENTO
Postato il Sabato, 18 agosto @ 19:00:00
 
  DI PRIMO DI NICOLA
L’Espresso

Il ragioniere guadagna più di Napolitano. Il barbiere più di un cattedratico. Ecco i privilegi dei dipendenti di Camera e Senato

Fare il ragioniere alla Camera è affare certamente impegnativo. E non a caso ci vuole una laurea triennale per accedere al rango. Dall'alto di questa mansione si istruiscono le pratiche per i rimborsi elettorali dei partiti, si preparano le buste paga dei parlamentari, si cura l'amministrazione di Montecitorio. Giusto che si riceva uno stipendio adeguato alle responsabilità del mestiere. Ma fare il presidente della Repubblica, ça va sans dire, è certamente compito più delicato e importante per le sorti del Paese. E il trattamento economico, soprattutto in tempi nei quali si predica tanto la meritocrazia, dovrebbe tenerne conto.

Cosa dicono invece le buste paga degli interessati? Che con i suoi 237 mila 560 euro lordi annui (rivalutati ogni 12 mesi) maturati dopo 35 anni di servizio, il ragioniere di Montecitorio guadagna quasi 20 mila euro in più del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il cui appannaggio, congelato ai valore del 1999 per le difficoltà dei conti pubblici, è fermo a 218 mila euro lordi l'anno. E come non restare ammirati di fronte agli stenografi del Senato? Sono 60 in tutto e compilano i resoconti dei lavori dell'aula e delle varie commissioni. Svolgono un lavoro ormai in estinzione per via delle nuove tecnologie, ma all'apice della carriera arrivano a guadagnare 253 mila 700 euro lordi l'anno. Molto di più non solo del presidente Napolitano, ma anche del capo del governo Romano Prodi che, tra indennità parlamentare (145 mila 626 euro), stipendio da premier (54 mila 710) e indennità di funzione (11 mila 622), arriva a 212 mila euro lordi l'anno. E di ministri titolati come Massimo D'Alema (Esteri), che riscuote 189 mila 847 euro, e Tommaso Padoa-Schioppa (Economia), che ogni anno incassa 203 mila 394 euro lordi (è la paga dei ministri non parlamentari). Tutti abbondantemente distanziati dallo stenografo e dal ragioniere e addirittura umiliati al cospetto dei compensi dei segretari generali di Senato e Camera, Antonio Malaschini e Ugo Zampetti, che a fine anno arriveranno a incassare rispettivamente 485 mila e 483 mila euro lordi.

Ecco le sorprese che spuntano esaminando i dati sul trattamento economico dei dipendenti di Camera e Senato. E non sono le sole: barbieri ('operatori tecnici') che possono arrivare a guadagnare oltre 133 mila euro lordi l'anno a fronte dei circa 98 mila di un magistrato d'appello con 13 anni di anzianità. E collaboratori tecnici operai che dall'alto dei loro 152 mila euro se la ridono dei professori universitari ordinari a tempo pieno inchiodati, dopo vari anni di carriera, a circa 80 mila euro lordi l'anno. Retribuzioni da favola, insomma, che non hanno uguali nell'universo del pubblico impiego e che si accompagnano a trattamenti pensionistici di assoluto favore perfettamente allineati, in tema di privilegi, ai criticatissimi vitalizi di deputati e senatori. Ma quanti sono questi fortunati dipendenti parlamentari? Quanto guadagnano esattamente? E attraverso quali meccanismi riescono ad ottenere trattamenti economici così favorevoli?

Stipendi d'oro I dipendenti di Camera e Senato (vengono assunti solo per concorso) sono in tutto 2.908, di cui 1.850 a Montecitorio e 1.058 a Palazzo Madama. I primi (dati dei bilanci 2006) costano complessivamente circa 370 milioni di euro, i secondi 198; molto di più di deputati (287) e senatori (133 milioni). Per ambedue i rami del Parlamento le voci che pesano di più nei capitoli di spesa per il personale sono gli stipendi e le pensioni. Per quanto riguarda le retribuzioni, la Camera sborsa ogni anno 210 milioni di euro a fronte dei 130 milioni del Senato. I costi delle pensioni assorbono invece 158 milioni nel bilancio di Montecitorio e 70 milioni a Palazzo Madama. La prima cosa che salta agli occhi, sia alla Camera che al Senato, sono le singolari regole di calcolo di stipendi e pensioni, regole tanto sorprendenti da trasformare i due palazzi in autentiche isole del privilegio. A fissarle, godendo le due strutture dell'autonomia amministrativa garantita agli organi costituzionali, sono stati in passato i due uffici di presidenza di Camera e Senato, composti dai rispettivi presidenti (i predecessori di Fausto Bertinotti e Franco Marini), i loro vice e tre parlamentari-questori.

Per quanto riguarda Montecitorio, i dipendenti sono distribuiti in sei categorie retributive. Da cosa sono costitute esattamente le retribuzioni? Dallo stipendio tabellare (paga base); dalla indennità integrativa speciale (la vecchia contingenza, bloccata al 1996) e da altre voci come gli assegni di anzianità che vengono elargiti nella misura del 10 per cento della paga tabellare al diciassettesimo e al ventitreesimo anno di servizio. Tutte voci che, insieme a una strana "indennità pensionabile, pari al 2,5 per cento delle competenze lorde annue dell'anno precedente", contribuiscono a dare uno straordinaro slancio agli stipendi. Che hanno altre caratteristiche singolari: sono onnicomprensivi (sommano straordinari e lavoro notturno) e vengono pagati per 15 mensilità. Con un riconoscimento aggiuntivo per alcuni incarichi: al segretario generale e ai suoi vice, ai capi ufficio e a tutti coloro che hanno responsabilità di coordinamento, spetta anche un'indennità di funzione (tabella a pag. 51) che varia dagli oltre 46 mila euro lordi l'anno (pari a un netto di 2.206 al mese per 12 mensilità) spettanti al segretario generale Zampetti, ai 7.300 (346 euro netti al mese) assegnati al vice assistente superiore. Di assoluto favore anche le norme che regolano la progressione retributiva all'interno di ciascun fascia, scandita da scatti biennali che variano tra il 2,5 e il 5 per cento. Ma soprattutto dai balzi economici connessi ai passaggi di livello, riconosciuti dopo il superamento di periodiche verifiche di professionalità.

Per quanto riguarda le fasce retributive della Camera (tabella in alto), la prima è costituita dagli operatori tecnici. Ne fanno parte gli addetti alle officine, gli operai, i barbieri, gli autisti e gli inservienti della buvette. Costoro entrano nei ruoli con uno stipendio lordo annuo iniziale di 32 mila 483 euro per arrivare a riscuotere, con 35 anni di servizio, la bellezza di 133 mila 375 euro (pari a 8.675 euro lordi al mese). Davvero ragguardevole se si considera che le loro mansioni sono esclusivamente manuali. Nella seconda categoria sono inquadrati invece gli assistenti, i famosi commessi in divisa e gli addetti alla vigilanza, che iniziano con una paga annuale di 36 mila 876 euro e concludono la carriera con lo stesso stipendio degli operatori tecnici. Il terzo gradino retributivo è rappresentato dai collaboratori tecnici, il gotha del proletariato parlamentare: vi sono compresi gli ex operai che hanno spuntato una qualifica superiore per il fatto di svolgere mansioni più complesse, come quelle relative "alla gestione degli impianti di riscaldamento e condizionamento" del Palazzo: questa aristocrazia operaia inizia con uno stipendio lordo annuo di 32 mila 753 euro e corona la carriera con 152 mila 790 euro (al mese, 9.937 euro lordi). Più su nella scala ci sono i segretari che supportano il lavoro dei funzionari negli uffici e nelle commissioni: ricevono un compenso di oltre 37 mila euro l'anno all'ingresso e se ne vanno dopo 35 anni con oltre 156 mila euro lordi (10.164 euro mensili). Un tetto retributivo d'eccellenza, ma pur sempre modesto se si guarda a quello che avviene nei piani alti della nomenklatura di Montecitorio.

Spulciando il trattamento della fascia superiore, cioè dei dipendenti del cosidetto IV livello, quello dei documentaristi, tecnici e ragionieri (le loro mansioni prevedono"l'istruttoria di elaborati documentali e contabili e attività di ricerca"), ci si imbatte in un balzo prodigioso delle retribuzioni: entrano alla Camera con una paga di 41 mila 432 euro l'anno per andarsene, dopo 35 anni, con 237 mila 560 euro (15.451 euro mensili lordi). Che sono tanti, ma che impallidiscono a fronte dei compensi dei consiglieri parlamentari, il gradino più alto dell'ordinamento del personale di Montecitorio. Sono tutti laureati, svolgono funzioni di organizzazione e direzione amministrativa, oltre che di supporto giuridico-legale agli organi della Camera e ai suoi componenti. Vero che sono sottoposti a due verifiche di professionalità dopo tre e nove anni di servizio (devono tra l'altro "predisporre un eleborato relativo a temi attinenti all'esperienza professionale maturata"), ma i loro stipendi sono di assoluto riguardo: iniziano con una retribuzione annuale di oltre 68 mila euro lordi per toccare, con il massimo dell'anzianità, 356 mila 788 euro, pari a 23.206 euro lordi al mese.

E al Senato? Qui si trattano ancora meglio. Nessuno riesce a spiegarne il motivo, ma le paghe di Palazzo Madama (tabella a pag. 49), per funzioni più o meno analoghe a quelle del personale della Camera, sono da sempre più alte. Pressoché identiche le voci della retribuzione (stipendio tabellare, indennità integrativa speciale, eccetera), unica differenza è lo sviluppo su 36 anni della carriera invece che sui 35 di Montecitorio. Dopodiché è il solito assalto al cielo delle retribuzioni: gli assistenti parlamentari (svolgono mansioni di vigilanza, tecniche e manuali) arrivano a riscuotere oltre 141 mila euro lordi l'anno (pari a 5.222 euro netti mensili); icoadiutori (mansioni di segreteria e archivistica) 170 mila, per uno stipendio netto di 6.194 euro; i segretari parlamentari (istruiscono "eleaborati documentali, tecnici e contabilili che richiedono attività di ricerca e progettazione") superano i 227 mila (8.120 euro netti mensili); gli stenografi (resocontano le sedute e le riunioni degli organi del Senato) saltano a quasi 254 mila (al mese, 9.018 euro netti); mentre i consiglieri possono arrivare a riscuotere a fine carriera la stratosferica cifra di 368 mila euro lordi l'anno (per un mensile netto di 12.871), oltre 12 mila euro in più dei loro pari grado della Camera.

I baby nababbi

A retribuzioni tanto ricche non potevano non corrispondere trattamenti pensionistici altrettanto privilegiati. Ma quale riforma Dini, ma quale scalone di Maroni, ma quale innalzamento a 58 anni dell'età pensionabile come predica Prodi. I dipendenti di Camera e Senato non hanno mai temuto tagli per i loro trattamenti. A Montecitorio e Palazzo Madama continuano a prosperare le pensioni-baby soppresse per tutti gli altri dipendenti pubblici: si lascia il lavoro anche a 50 anni e con modalità di calcolo dell'assegno straordinariamente vantaggiose.

Cominciamo dalla Camera. Qui, per la pensione di vecchiaia, a partire dal 2000 l'età necessaria è stata progressivamente elevata a 65 anni allineandola a quella richiesta a tutti gli altri lavoratori. Per quanto riguarda invece le pensioni di anzianità dei dipendenti in servizio fino al gennaio 2001 (per quelli arrivati dopo si sta discutendo un diverso inquadramento), la situazione si fa più favorevole: è vero che si richiedono 35 anni di contribuzione e 57 anni di età come per gli altri lavoratori dipendenti, ma aggrappandosi alle pieghe del regolamento si può andare a riposo ben prima (dal 1992 a oggi l'età media di pensionamento per anzianità è di 52,9). Avendo prestato almeno20 anni di servizio effettivo (il cosidetto scalpettìo), basta pagare una modesta penalizzazione pari al 2 per cento (il cosidetto décalage) per ogni anno mancante ai 57 e il gioco è fatto. Tenendo conto che nel calcolo della contribuzione vanno considerati anche i riscatti universitari, quelli per il servizio militare e soprattutto i due bienni contributivi generosamente concessi ai dipendenti in occasione dell'anniversario dell'Unità d'Italia e della presa di Porta Pia (dichiarati validi l'ultima volta nel '92 per i dipendenti in servizio dall'allora presidente della Camera Nilde Iotti) ecco che è possibile riscuotere la pensione anche a 50 anni . E con criteri di conteggio di sfacciato favore.

Al posto del sistema contributivo (pensione commisurata ai contributi effettivamente versati) introdotto a partire dal 1995 per il resto dell'universo lavorativo, alla Camera vige ancora un sistema rigorosamente retributivo: pensione commisurata all'ultimo stipendio riscosso. In quale percentuale? Sicuramente il 90 per cento delle competenze tabellari (gli altri lavoratori pubblici si devono accontentare di circa l'80 per cento). Con una ulteriore, graziosa concessione: la cosidetta clausola d'oro che, sebbene eliminata per i miglioramenti relativi allo stato giuridico del personale in carica, aggancia ancora le pensioni degli ex dipendenti agli altri adeguamenti spettanti ai pari grado in servizio.

Ancora più generoso il trattamento di quiescienza riservato ai dipendenti del Senato. A costoro, per andare in pensione, basta raggiungere un parametro denominato quota 109, dietro il quale non si nascondono certo difficoltose asperità, ma piuttosto facilitazioni tanto comode quanto ingiustificate. Cos'è esattamente questa quota? La somma dell'età anagrafica, degli anni di servizio effettivamente svolto, dell'anzianità contributiva che, anche a Palazzo Madama, comprende gli anni riscattati per la laurea, il servizio militare e due bienni figurativi elargiti in passato da vari presidenti del Senato. È proprio applicando questi criteri chequalsiasi dipendente di 53 anni (l'età minima fissata) può chiedere e ottenere l'agognata pensione. Per scalare la fatidica quota 109 gli è sufficente sommare al requisito dell'età 25 anni di servizio effettivo e 31 di contribuzione, facilmente raggiungibili grazie ai riscatti e ai bienni figurativi (non a caso a Palazzo Madama l'età media dei pensionati per anzianità dal '92 a oggi è di 54,8). Ma non è finita: utilizzando la contribuzione figurativa (tra riscatti e bienni, nove anni in tutto), quello stesso dipendente può ottenere la pensione anche a 50 anni con una irrisoria penalizzazione: l'1,5 per cento di riduzione del trattamento complessivo per ognuno dei tre anni mancanti ai 53. Ma nessuna paura: la riduzione non si applica nel caso in cui si possa contare su una anzianità superiore ai 35 anni. Con la solita, importante garanzia per il futuro: la sicurezza di non vedere mai svalutato l'agognato assegno come il resto dei lavoratori dipendenti. Anche al Senato infatti la clausola d'oro manifesta ancora i suoi magici effetti e, nonostante alcune limitazioni introdotte negli ultimi anni, adegua automaticamente le pensioni agli stipendi dei parigrado in servizio.

Primo Di Nicola
Fonte: http://espresso.repubblica.it
Link: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Eldorado-in-Parlamento/1723007&ref=hpsp  
 
 
 
 
 
7月24日

Quando la minaccia ti chiama con il Messenger

23 Luglio 2007

Quando la minaccia ti chiama con il Messenger

Piccole paranoie e momenti morti sono un ingrediente fondamentale del successo delle truffe su internet. Se poi si aggiunge l'alta fedeltà del mittente, il risultato è garantito.

Prendiamo la truffa che è tornata alla ribalta nelle ultime settimane con un nome, e forse proprietario, diverso. Qualche mese fa si chiamava «CheckMessenger», adesso «Messengerscan», apparentemente è un servizio che ti permette di vedere chi ti ha «bloccato» su Messenger, il servizio di messangeria istantanea di Msn. In pratica è un maniera furba di rubare la password e tutti i contatti del malcapitato. Che oltre il danno subito avrà anche la beffa di vedere il suo nick cambiato nello slogan del sito «CheckMessenger, scopri chi ti ha bloccato su Msn!".

Di solito la «soffiata» arriva da qualche amico o dai contatti e dunque non è riconoscibile come «spam», in più, la grafica molto in stile Msn dei siti certo non aiuta.

 

 
 
 
7月19日

Ingredienti: come i produttori prendono in giro i consumatori

Come i produttori alimentari prendono in giro i consumatori con ingannevoli elenchi di ingredienti  
di Mike Adams del 10 luglio 2007
Tradotto dal sito
http://www.newstarget.com/
da Pamio Lodovico
vedi articolo originale
http://www.newstarget.com/z021929.html

Il mito: L’elenco degli ingredienti nei prodotti alimentari è studiato per informare i consumatori circa il contenuto del prodotto stesso.
La realtà: l’elenco degli ingredienti è usato dai produttori alimentari per imbrogliare i consumatori sul fatto che siano più sani di quello che in verità sono.
Questo articolo esplora i più comuni trucchi usati dalla aziende alimentari per ingannare i consumatori. L’articolo contiene anche utili informazioni per aiutare i consumatori a leggere le etichette dei prodotti con il giusto scetticismo. 

Ingannare i consumatori: trucchi del commercio alimentare
Se la Scheda Nutrizionale Informativa presente nella confezione del prodotto alimentare elenca tutte le sostanze contenute nel prodotto, come possono ingannare i consumatori? Ecco alcuni dei modi più comuni:
Uno dei trucchi più comuni è quello di distribuire gli zuccheri presenti tra molti ingredienti così che le quantità di zuccheri non compaiono nei primi tre dell’elenco. Per esempio un’azienda può usare una combinazione di saccarosio, fruttosio, sciroppo di cereali, sciroppo di grano, zucchero di canna non raffinato, destrosio e altri zuccheri per essere sicura che nessuno di essi sia presente in quantità sufficiente da arrivare nelle prime posizioni dell’elenco degli ingredienti (ricordate che gli ingredienti sono elencati in ordine di proporzione nel prodotto, con i più presenti elencati per primi).
Questo inganna i consumatori sul fatto che il prodotto non è fatto in realtà principalmente da zucchero mentre i principali ingredienti potrebbero essere differenti tipologie di zucchero. E’ un modo per spostare artificialmente lo zucchero più giù nella lista degli ingredienti, non informando sul contenuto reale di zucchero presente nell’intero prodotto.
Un altro trucco consiste nel gonfiare l’elenco con minuscole quantità di ridondanti ingredienti. Si può vederlo nei prodotti per la cura personale e nello shiampo, dove le aziende dichiarano di fornire shampoo alle erbe che in realtà hanno un contenuto di erbe quasi inesistente. Nei prodotti alimentari le aziende gonfiano la lista degli ingredienti con “salutari” bacche, erbe o super-cibi che, molto spesso, sono presenti solo in minuscole quantità. La presenza alla fine dell’elenco degli ingredienti della “spirulina” è praticamente insignificante. Non c’è abbastanza sbirulina in quel prodotto che possa produrre reali effetti sulla vostra salute. Questo trucco è chiamato “etichetta imbottita” ed è comunemente usato dai produttori di “junk-food” (cibo spazzatura) che vogliono saltare sul carro dei prodotti biologici senza in realtà produrre cibi salutari.

Nascondere ingredienti dannosi
Un terzo trucco consiste nel nascondere ingredienti dannosi dietro nomi dal suono innocente, che fanno credere al consumatore che siano sani. L’estremamente cancerogeno nitrito di sodio (conservante E250), per esempio, suona perfettamente innocente, ma è ben documentato che è causa di tumori al cervello, cancro al pancreas, cancro al colon e molti altri tipi di cancro.
Carminio suona come un innocente colorante per alimenti, ma in realtà è fatto con le carcasse frantumate di scarafaggi rossi della cocciniglia. Naturalmente, nessuno mangerebbe yogurt alle fragole se sulla etichetta ci fosse indicato “colorante rosso per alimenti a base di insetti”.
Allo stesso modo, estratto di lievito suona come un ingrediente salutare, ma in realtà è un trucco usato per nascondere il glutammato monosodico (MSG, un esaltatore chimico di sapore, per dare gusto ai cibi eccessivamente elaborati) senza avere l’obbligo di indicarlo nell’etichetta. Molti ingredienti contengono glutammato monosodico nascosto e io ho scritto parecchio su questo nel sito. Praticamente tutti gli ingredienti idrolizzati contengono alcune quantità di glutammato monosodico nascosto.

Non essere ingannati dal nome del prodotto
Sapete che il nome del prodotto alimentare non ha nulla a che fare con ciò che c’è dentro?
Aziende alimentari fanno prodotti come “Guacamole Dip” (salsa di avocado) che non contiene avocado! Sono fatti, invece, con olio di soia idrogenata e colorante chimico verde. Ma ingenui consumatori comprano questi prodotti, pensando di prendere salsa di avocado, in realtà stanno comprando colorante verde, squisito dietetico veleno.
I nomi dei cibi possono includere parole che descrivono ingredienti che nel cibo non ci sono per niente. Un cracker al formaggio, per esempio, non deve necessariamente contenere del formaggio. Qualcosa di “cremoso” non deve contenere la crema. Un prodotto alla frutta, non ha bisogno di contenere nemmeno una singola molecola di frutta. Non fatevi ingannare dai nomi dei prodotti stampati sulla confezione. Questi nomi sono ideati per vendere i prodotti, non per descrivere gli ingredienti contenuti in essi.

La lista degli ingredienti non include gli inquinanti
Non c’è la necessità, nell’elenco degli ingredienti, di includere i nomi degli inquinanti chimici, metalli pesanti, bisphenol-A, PCBs (bifenile policlorurato), perclorato o altre sostanze tossiche trovate nei cibi. Come risultato abbiamo che la lista degli ingredienti non elenca quello che in realtà c’è nel cibo, elenca soltanto quello che i produttori vogliono che tu creda che ci sia nel cibo.
Richieste per elencare gli ingredienti nei cibi furono prodotto da uno sforzo congiunto tra il governo e l’industria privata. All’inizio, le aziende alimentari non volevano fosse obbligatorio indicare tutti gli ingredienti. Chiesero che gli ingredienti fossero considerati “proprietà riservata” e che elencarli, svelando così i loro segreti modi di produzione, avrebbe distrutto i loro affari.
E’ un’assurdità, naturalmente, poiché le aziende alimentari volevano soltanto tenere all’oscuro i consumatori su quello che in realtà c’è nei loro prodotti. E’  per questo che non è ancora richiesto di elencare i vari inquinanti chimici, pesticidi, metalli pesanti e altre sostanze che hanno un notevole e diretto impatto sulla salute dei consumatori. (Per anni, le aziende alimentari hanno combattuto duramente contro l’elenco degli acidi grassi, ed è solo dopo una protesta di massa delle associazioni di consumatori che la FDA alla fine ha obbligato le aziende ad includere nell’etichetta gli acidi grassi).

Manipolare la quantità delle porzioni
Le aziende alimentari hanno capito anche come manipolare la porzione del cibo al fine di far apparire i loro prodotti privi di ingredienti nocivi come gli acidi grassi.
La FDA , ha creato un sotterfugio per riportare gli acidi grassi nell’etichetta: Ogni cibo che contiene 0.5 grammi di acidi grassi o meno per porzione è permesso, sull’etichetta, dichiararlo a contenuto ZERO di acidi grassi. Questa è la logica della FDA dove 0.5 = 0.
Ma matematica confusa non è il solo trucco giocato dalla FDA per proteggere gli interessi commerciali delle industrie che dichiara di controllare.
Sfruttando questo trucchetto dei 0.5 grammi , le aziende arbitrariamente riducono le porzioni dei loro cibi e livelli ridicoli – giusto per tenere gli acidi grassi sotto i 0.5 grammi per porzione. Così loro dichiarano in grande sulla confezione “ZERO Acidi Grassi”. In realtà, il prodotto può essere pieno di acidi grassi (trovati in oli idrogenati), ma la porzione è stata ridotta ad un peso che può essere appropriato solo per nutrire uno scoiattolo, non un essere umano.
La prossima volta che voi prendete un prodotto da drogheria, controllate il “Numero di porzioni” indicato sulla Scheda Nutrizionale Informativa. Troverete probabilmente dei numeri talmente alti che non hanno nulla a che fare con la realtà. Un produttore di biscotti, per esempio, può dichiarare che un biscotto è un’intera “porzione” di biscotti. Ma voi conoscete qualcuno che, in realtà, mangia solo un biscotto? Se un biscotto contiene 0.5 grammi di acidi grassi, il produttore può dichiarare che l’intero pacco di biscotti è “SENZA Acidi Grassi”. In realtà, il pacco può contenere 30 biscotti, ognuno con 0.5 grammi di acidi grassi, che porta a 15 grammi totali per l’intero pacco (ma presuppone che la gente possa in realtà fare la somma che è naturalmente più difficoltosa per il fatto che gli oli idrogenati nuocciono al cervello. Ma credetemi: 30 biscotti x 0.5 grammi per biscotto in realtà fa un totale di 15 grammi ).
Tu prendi un pacco di biscotti che contiene 15 grammi di acidi grassi (che è una dose enorme di veleno dietetico) mentre loro dichiarano grammi ZERO.
Questo è solo un altro esempio di come le aziende alimentari usano la Scheda Nutrizionale Informativa e l’elenco degli ingredienti per ingannare e non per informare i consumatori.
Ecco alcune ulteriori dritte per decifrare con successo gli ingredienti delle etichette:

Consigli per leggere gli ingredienti delle tabelle 
1)     Ricordare che gli ingredienti sono elencati in ordine della loro proporzione nel prodotto. Questo significa che i primi 3 ingredienti contano molto di più di qualsiasi altro. I primi 3 ingredienti sono quello che tu principalmente stai mangiando.
2)     Se l’elenco degli ingredienti contiene lunghe parole apparentemente chimiche, che tu non riesci nemmeno a pronunciare, evita l’articolo. Probabilmente contiene vari chimici tossici. Perché vuoi mangiarli? Introduci ingredienti che conosci.
3)     Non farti ingannare da fantastici nomi di erbe o altri ingredienti che appaiono molto giù nella lista. Alcuni produttori di alimenti che includono “goji bacche” (bacche di Lycium) verso la fine dell’elenco le usano solo come trovata pubblicitaria da apporre sull’etichetta. La reale quantità di goji bacche (bacche di Lycium) nel prodotto è probabilmente minuscola.
4)     Ricorda che l’elenco degli ingredienti non deve elencare inquinanti chimici. I cibi possono essere contaminati con pesticidi, solventi, acrilamidi, PFOA (Acido di Perfluorooctanoic), perclorati (combustibili per razzi) e altri tossici chimici senza l’obbligo di elencarli. Il miglior modo di limitare l’ingestione di tossici chimici è comprare biologico, o cibi freschi poco trattati.
5)     Cercare parole come “germogliato” o “naturale” che indica cibi di alta qualità. Chicchi e semi germogliati e sono più sani di quelli non germogliati. Ingredienti naturali sono generalmente più sani di quelli trattati o cotti. I chicchi interi sono più sani di quelli arricchiti.
6)     Non fatevi ingannare dalla parola “grano” quando deriva da farina. Tutta la farina derivata dal grano può essere chiamata “farina di grano”, anche se è stata trattata, sbiancata e privata dei suoi nutrimenti. Solo la farina di grano “chicco intero” è il tipo di farina sano. (Molti consumatori, sbagliando, credono che prodotti di “farina di grano” derivino dal chicco intero. Infatti questo è falso. I produttori alimentari ingannano i consumatori con questo trucchetto.
7)     Non fatevi ingannare nel credere che i prodotti integrali siano più sani dei prodotti naturali. Lo zucchero bruno è solo una trovata pubblicitaria – è zucchero bianco con colorante marrone e aroma aggiunto. Le uova integrali non sono diverse da quelle bianche (eccetto per il fatto che i loro gusci appaiono bruni). Il pane integrale può non essere più sano del pane bianco, a meno che non sia fatto con chicchi di grano interi. Non fatevi ingannare dai cibi “integrali”. Sono delle trovate pubblicitarie dei giganti della produzione alimentare per ingannare i consumatori nel pagare di più per i prodotti fabbricati da loro.
8)    Attenzione all'inganno delle piccole porzioni. I produttori alimentari usano questo trucco per ridurre il numero di calorie, grammi di zucchero o grammi di acidi grassi che i consumatori credono siano contenuti nei prodotti. Molte porzioni sono arbitrarie e non hanno un fondamento reale.
9)     Vuoi sapere realmente come acquistare i cibi? Scarica la nostra guida "Honest Food Guide", un onesto rapporto sul cibo che è stato scaricato da oltre 800.000 persone. E’ in sostituzione dell’assai corrotto e manipolato Food Guide Pyramid della USDA (United States Department of Agricolture), che è poco più di un documento di marketing a favore delle fattorie industriali e delle grandi corporazioni dell’alimentare. L’Honest Food Guide è un rapporto nutrizionale indipendente che rivela esattamente cosa mangiare e cosa evitare per migliorare la propria salute.

Da: www.disinformazione.it 

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7月18日

Sedici anni, l'età per votare

17-07-2007
Sedici anni, l'età per votare*
Alessandro Rosina

Dopo la scelta fatta dall’Austria, è sempre più vivace anche nel nostro paese la discussione sull’abbassamento dell’età al voto. Uno dei più concreti segnali di apertura in questo senso è la recente decisione di far partecipare anche sedicenni e diciassettenni all’elezione dei componenti delle assemblee costituenti del Partito democratico che si terrà il 14 ottobre . Varie sono le obiezioni sollevate, da molte parti, sull’estensione di tale possibilità anche per le elezioni amministrative e politiche, nessuna però appare essere pienamente convincente.

I motivi a favore

Se ci sono buoni motivi per ringiovanire l’elettorato nel mondo occidentale, questi sono ancor più accentuati nel nostro paese. Per esempio, da noi, i meccanismi del ricambio generazionale sono più inceppati che altrove. Varie sono le evidenze empiriche che lo testimoniano, a partire dal fatto che la classe dirigente e, soprattutto, quella politica sono caratterizzate da una scarsa presenza di esponenti delle più giovani generazioni.
Alla maggior età media delle più importanti cariche di governo e istituzionali si associa anche, rispetto agli altri paesi occidentali, una più scarsa attenzione politica verso i giovani. E infatti le politiche nei loro confronti risultano cronicamente carenti in Italia, e la protezione sociale particolarmente bassa. Attualmente, la spesa sociale italiana è in Europa una tra le più sbilanciate a favore delle generazioni più anziane. Oltre i due terzi va in pensioni e invalidità, mentre nettamente inferiore rispetto alla media europea è la quota che va per casa, disoccupazione ed esclusione sociale. Le difficoltà a mettere in campo gli "ammortizzatori sociali" contro la precarietà, a intaccare i privilegi acquisiti per dar spazio alle forze più dinamiche, a costruire un sistema previdenziale più equo dal punto di vista generazionale, sono tutti esempi che testimoniano quanto poco la politica italiana stia investendo nel ridurre i rischi e nell’aumentare le opportunità delle più giovani generazioni.
Se già oggi la classe politica è tra le più anziane e la spesa sociale a favore dei giovani è tra le più basse, tutto ciò potrebbe ulteriormente peggiorare come conseguenza dell’invecchiamento della popolazione. A causa della persistente denatalità italiana, il peso demografico dei giovani è destinato infatti a ridursi da noi più che altrove, e per converso è destinato ad accrescersi quello degli anziani. Saremo nei prossimi decenni, assieme al Giappone, il paese al mondo con struttura per età più squilibrata al mondo. Il che significa meno peso elettorale e (presumibilmente) politico dei giovani, e ancor più spesa sociale assorbita (per previdenza e salute pubblica), a parità di risorse, dalle generazioni più anziane.
Il voto a sedicenni e diciassettenni consente quantomeno di dar più rilevanza al voto "dei" giovani e (presumibilmente) "per" i giovani. Attualmente il peso elettorale (per ora virtuale) dei sedicenni e diciassettenni equivale a quello degli over 85. Ci si può chiedere perché nella decisione di chi è chiamato a responsabilità di governo (o amministrazione locale) i novantenni contino più dei diciassettenni. Tanto più che da qui al 2035 il peso dei primi è destinato comunque a diventare il triplo rispetto a quello dei secondi (Figura 1).

I motivi contro

Verso la proposta di abbassare sotto i diciotto anni l’età del diritto di voto sono state sollevate da varie parti alcune perplessità. Uno dei principali argomenti utilizzati è che "non sono ancora maturi per il voto" e che a tale età i giovani devono concentrarsi soprattutto sullo studio. È vero che una quota elevata di sedici-diciassettenni frequenta le scuole superiori (oltre l’80%), ma ciò vale anche per i diciottenni (oltre il 70%). Inoltre una parte di essi lavora. Se le leggi italiane prevedono che un sedicenne possa lavorare e pagare le tasse, perché non dovrebbe poter esprimere il suo voto su chi poi amministra la cosa pubblica?
Riguardo all’immaturità vi è chi sostiene che pretendiamo troppo da loro e che c’è il rischio di volerli responsabilizzare eccessivamente e farli crescere in fretta. Una tesi curiosa visto che semmai in Italia c’è il rischio contrario, ovvero quello di tenerli immaturi a lungo e rallentare tutti i passaggi alla vita adulta. La gran parte dei giovani danesi vive già in modo indipendente dai genitori a diciotto-venti anni. La maggioranza dei giovani europei lascia la casa dei genitori entro i venticinque. Nel nostro paese è invece sempre più comune rimanervi fino ai trenta e oltre. Ben venga quindi un voto che tratta meno da immaturi e responsabilizza un po’ di più i giovani italiani.
C’è poi chi è scettico perché teme un voto troppo influenzabile da un lato, e troppo "ideologizzato" dall’altro. E allora? È certo possibile che molti giovani votino come i propri genitori, e altri si facciano un’opinione attraverso gli strumenti di confronto che offre internet (blog, forum, eccetera). Perché nella democrazia italiana dovrebbe invece pesare di più il voto meno "ideologico" e più "inerziale", meno basato su internet e più sulla televisione, di un ottantacinquenne?
Infine, un argomento spesso usato è quello, basato su impressioni personali, che comunque la grande maggioranza dei sedicenni non sarebbe interessata a partecipare alle elezioni amministrative e politiche. I dati raccontano invece una storia diversa. Secondo l’indagine Istat "Aspetti della vita quotidiana", i disinformati e disinteressati dei fatti della politica sono meno della metà dei sedici-diciassettenni. Recenti indagini su tale fascia d’età (ad esempio, quella condotta a Milano dall’Osservatorio sui diritti dei minori) evidenziano come quasi tre su quattro sarebbero contenti di poter votare (e oltre il 40 per cento di chi è favorevole si sente più informato e consapevole rispetto alle generazioni precedenti).

Investire sul futuro

Si dice spesso che l’Italia è un paese bloccato, ingessato, che ha bisogno di liberare le sue forze più dinamiche ed investire sul proprio futuro. Per farlo sono necessarie scelte coraggiose e segnali di discontinuità rispetto alle vecchie logiche. L’abbassare il diritto di voto ai sedici anni significa per la politica, quantomeno, doversi maggiormente confrontare con l’Italia che sarà, porsi il problema di chi sono e come si stanno formando le più giovani generazioni. E magari scommettere un po’ di più sul futuro e difendere un po’ meno i privilegi acquisiti.

Figura 1 - Elettori (potenziali) 16-17enni e (effettivi) over 85
(Fonte: previsioni Istat)

 Immagine inserita

l'articolo e' presente anche anche su www.neodemos.it

Da: www.lavoce.info

 

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7月7日

Io, produttore di cravatte, responsabile del global warming

6 luglio 2007

Io, produttore di cravatte, responsabile del global warming

di Flavio Cima (imprenditore)

Caro direttore, l'Italia si conferma uno strano Paese. Un Paese in cui una grande compagnia petrolifera ha deciso di lanciare una forte campagna ambientalista e progressista — ripresa e amplificata da tutti i giornali — contro l'uso della cravatta,ritenuta la vera responsabile dell'inquinamento ambientale. Questi "petrolieri ambientalisti" hanno trovato anche uno slogan suggestivo: l'Eni si toglie la cravatta, nell'intento di indurre i cittadini a comportamenti virtuosi e ridurre così l'emissione dei gas serra. Ecco qua. Finalmente ci viene proposto qualcosa di concreto per salvare il pianeta! Possiamo tranquillamente continuare con i nostri stili di vita, usando le automobili, consumando combustibili, riscaldando e refrigerando a piacimento le nostre abitazioni e così via. A una condizione, però: che mentre consumiamo non indossiamo la cravatta.

Si fa appello a tutte le grandi aziende perché prendano esempio. Il presidente della commissione Ambiente della Camera plaude all'iniziativa anticravatta e auspica che questa svolta ambientalista venga attuata in tutti i posti di lavoro.
Il ministro non solo approva, ma ha «già dato indicazione di non mettere giacca e cravatta» negli uffici del ministero.
Wwf e Legambiente si rallegrano entusiasti. Qualcuno più ispirato degli altri sta già pensando di organizzare un "no cravatta day" in Parlamento.
A dire il vero c'era già stato qualcuno che nel rilanciare il business automobilistico italiano aveva dato il "buon esempio", presentandosi alle riunioni senza cravatta. Avevamo inizialmente pensato a una scelta di stile. Ora possiamo ragionevolmente supporre che si sia trattato anche in questo caso di una svolta ambientalista, e questo ci rassicura.

Ora, caro Direttore, si metta nei miei panni. Ho 25 anni e ho rilevato da poco, con notevoli sacrifici economici familiari, un'azienda artigianale che produce e vende (venderebbe) cravatte e altri accessori di abbigliamento. Ho quattro dipendenti e sto faticosamente cercando di affermare la mia attività sul mercato. La lettura dei giornali di questi giorni mi ha bruscamente portato a confrontarmi con le mie responsabilità sociali. Ho infatti scoperto di maneggiare un business accusato di danneggiare l'ambiente. I miei potenziali clienti potranno ora giustamente respingere le mie proposte, adducendo fondati motivi di sicurezza nazionale e globale. La mia seta pura, da me finora ritenuta innocente fibra naturale, in realtà sembrerebbe essere un potenziale fattore di danno per l'atmosfera.
Avessi dato retta ai miei amici e invece di occuparmi di cravatte mi fossi messo a fare il petroliere.

Da: www.ilsole24ore.com

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6月27日

Studio arabo, il burqa fa male alla salute

» 2007-06-26 17:24
STUDIO ARABO, IL BURQA FA MALE ALLA SALUTE

 

Si fa presto a dire Burqa

NEW YORK - Nel dibattito politico-religioso sul velo islamico hanno detto la loro anche gli scienziati: in uno studio pubblicato sull'ultimo numero dell'American Journal of Clinical Nutrition un gruppo di ricercatori mediorientali afferma che il burqa provoca una deficienza di vitamina D nelle donne che lo indossano con gravi conseguenze per la salute.

Nei paesi mediorientali e in altre nazioni ad alto tasso di immigrazione islamica le donne che si coprono col velo dalla testa ai piedi dovrebbero compensare l'assenza di esposizione al sole con dosi 'bomba' di vitamina D, sostengono i ricercatori. "Quando l'esposizione al sole, la maggior fonte di vitamina D per gli esseri umani, è limitata, sono necessarie dosi molto più alte di supplementi vitaminici, soprattutto nelle donne che allattano", ha spiegato Hussein Saadi, lo specialista di medicina interna che ha curato lo studio con i colleghi della United Arab Emirates University in collaborazione con il Cincinnati Children's Medical Center.

Saadi ha studiato i livelli di vitamina D in 90 donne durante l'allattamento e 88 donne che non avevano mai dato alla luce un bambino. Molte di loro si vestivano con il tradizionale abito che copre tutto il corpo, comprese mani e faccia, quando uscivano di casa. Solo due delle donne in ciascun gruppo non sono risultate al di sotto dei livelli di vitamina D raccomandati. Sono state quindi somministrate a casaccio dosi giornaliere da 2.000 unità di vitamina D2, una dose da 60.000 unità ogni mese: in entrambi i casi il supplemento vitaminico aveva aumentato i livelli di vitamina D nel sangue, ma alla fine dei tre mesi dell' esperimento solo 21 delle 71 donne (meno di una su tre) che avevano completato lo studio avevano raggiunto i tassi di vitamina D considerati adeguati.

La conclusione degli scienziati arabi: le donne velate hanno bisogno di più alti livelli di supplementi vitaminici, a meno di non ridurre il tasso di fondamentalismo, abbandonando il velo per qualche decina di minuti al giorno. Non è il primo studio condotto in un paese arabo che getta l'allarme sanitario sull'uso del velo. Quattro anni fa una ricerca condotta in Turchia aveva scoperto che la carenza di vitamina D esponeva le donne velate in quel paese a un più alto rischio di fratture da osteoporosi.

 

Da: www.ansa.it

 

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6月20日

Italia ottava per spese militari e settima per export di armi

 DI GIORGIO BERETTA (Unimondo)

Con un incremento del 3,5% rispetto all'anno precedente le spese militari nel mondo nel 2006 hanno raggiunto i 1204 miliardi di dollari in valori correnti e 1158 miliardi di dollari ai valori costanti del 2005. Unimondo rende noto in anteprima in Italia i primi dati del Rapporto Sipri 2007, l'autorevole Istituto di ricerca della pace di Stoccolma che oggi segnala come la spesa militare sia aumentata nel corso di 10 anni del 37% e registri a livello mondiale nell'ultimo anno un incremento da 173 a 184 dollari pro-capite.

Al primo posto permangono gli Stati Uniti che, per le operazioni militari in Afghanistan e Iraq hanno visto una crescita del budget militare che - ai valori costanti del 2005 - raggiunge i 538,7 miliardi di dollari e ricopre il 46% dell'intera spesa militare mondiale. "Un incremento che a partire dal 2001 ha contribuito al deterioramento dell'economia americana" - afferma il Sipri. Al seguito, come ormai da diversi anni, Gran Bretagna (59,2 miliardi di dollari), Francia (53,1 miliardi), Cina (49,5 miliardi), Giappone (43,7 miliardi), Germania (37 miliardi).

L'Italia, con 29,9 miliardi di dollari, scende all'ottavo posto nella graduatoria per spese militari complessive scavalcata dalla Russia (34,7 miliardi), ma con una spesa militare pro-capite che sale dai 468 dollari del 2005 ai 514 dollari del 2006, l'Italia supera per il terzo anno consecutivo la Germania (447 dollari pro-capite), mantenendo in questa graduatoria il settimo posto nel mondo. In generale, le spese militari segnano un incremento negli Stati Uniti, in Russia (del 12%) e in Cina, mentre sono diminuite nell'Europa occidentale e nell'America centrale.

Per quanto riguarda, invece, il commercio internazionale di armamenti convenzionali una nostra analisi sui dati del SIPRI mostra che sono i paesi dell'Unione europea i principali esportatori di armi il cui valore – tra trasferimenti interni tra i vari membri dell'Ue e esportazioni extra-Ue – raggiunge nel 2006 la cifra record di 10,5 miliardi di dollari ricoprendo nell'insieme il 39,2% di tutti i trasferimenti internazionali. Se si considerano invece le sole esportazioni extra-europee, l'Unione europea raggiunge il 20% di tutto il commercio mondiale - segnala il Sipri.

Considerando i singoli paesi, gli Stati Uniti con 7,9 miliardi di dollari nel 2006 tornano ad essere il principale esportatore mondiale per il secondo anno consecutivo. Segue la Russia con 6,6 miliardi di dollari e quindi la Germania - che con 3,8 miliardi di dollari raddoppia l'export di armamenti rispetto al 2005. Quindi la Francia (1,5 miliardi in calo rispetto ai 2 miliardi del 2005), l'Olanda che incrementa notevolmente le esportazioni raggiungendo nel 2006 la cifra di 1,5 miliardi di dollari) e la Gran Bretagna che sale a più di 1 miliardo di dollari di esportazioni.

Nel 2006 l'Italia scende al settimo posto rispetto al 2005, ma con 860 milioni di dollari di esportazioni militari segna un record ventennale: era dal 1985 infatti che l'Italia non superava gli 800 milioni di dollari di esportazioni di armamenti. I dati del Sipri confermano la forte ripresa dell'esportazioni militare italiana già segnalata dalla recentie Relazione della Presidenza del Consiglio sull'export di armi che riporta per il 2006 commesse e autorizzazioni di armi per oltre 2,1 miliardi di euro.

Per quanto riguarda le ditte produttrici di sistemi militari, la principale azienda italiana Finmeccanica balza al settimo posto tra le principali aziende di armamenti nel mondo: con vendite per oltre 9,8 miliardi di dollari nel 2005, che segnano un incremento di oltre 2,67 miliardi di dollari (più 37,5%) rispetto al 2004, l'azienda italiana - controllata per il 32,3% dal Ministero dell'Economia e delle Finanze - scala in pochi anni la graduatoria delle principali ditte produttrici di armi (era decima nel 2003). La tabella del Sipri delle 100 principali aziende di armi segnala inoltre che nel 2005 quasi il 70% delle vendite di Finmeccanica sono rappresentate da armamenti. A questo vanno aggiunte le vendite, per oltre 4 miliardi di dollari, della MBDA, il consorzio missilistico compartecipato da Bae Systems, Eads e di cui Finmeccanica detiene una quota del 25% e che produce solo sistemi militari.

Anche per il 2005, la principale azienda mondiale di armamenti rimane la Boeing USA con vendite di armi per oltre 28 miliardi di dollari, seguita dalle statunitensi Northrop Grumman (27,6 miliardi), Lockheed Martin (26,5 miliardi), dalla britannica BAE Systems (23,2 miliardi) e quindi ancora da due ditte statunitensi: la Raytheon (19,8 miliardi) e la General Dynamics (16,6 miliardi). Le 40 principali ditte statunitensi ricoprono il 63% di tutte le vendite di armamenti nel mondo che nel 2005 sono salite a 290 miliardi di dollari, mentre 32 ditte europee hanno acquisito il 29% dello share mondiale, 9 ditte russe il 2% e il rimanente 6% è suddiviso tra aziende giapponesi, israeliane e indiane.

Analisi di Unimondo sui Rapporti Sipri:

-
Sipri 2006
-
Sipri 2005
-
Sipri 2004

Approfondimenti: Il Commento di Rete Disarmo ai dati del Rapporto SIPRI 2007

Giorgio Beretta
Fonte:
http://unimondo.oneworld.net/
Link:
http://unimondo.oneworld.net/article/view/150151/1/
11.06.2007
 
 
 
 
 
6月7日

Ecco i Padrini dei rifiuti

Ecco i Padrini dei rifiuti
 
  DI ROBERTO SAVIANO (Da L’espresso)


Gli interessi del Nord, quelli della camorra, le collusioni di destra e sinistra: l'emergenza è oro. Che diventa veleno per tutta la Campania

Quand'è nato Francesco sembrava andasse tutto bene. Dalle mani dell'ostetrica però viene direttamente portato in incubatrice. La madre l'ha intravisto appena. Al bimbo manca un rene, i ventricoli del cuore hanno disfunzioni gravi, l'ano è imperforato. Ma se lo guardi, il piccolo però sembra perfetto, sgambetta, ha un viso sereno. Il primario del reparto incontra il padre: "Questa settimana è già il terzo bambino nato con molteplici malformazioni", dichiara, quasi che il dato elevato avesse portato queste nascite ad apparire ordinarie, casi che quindi non stupiscono e non spaventano i medici. Ai genitori bisogna dare una spiegazione che non li faccia sentire in colpa per i problemi del loro figlio e il motivo che si concede è "ammettere che anche la malformazione è una normalità. Senza troppe tragedie". Ad ascoltare queste parole bisogna respirare a lungo per mantenere la calma, non aver voglia di spaccare a pugni le vetrate dell'ospedale.

Perché questa normalità è una normalità di queste terre. Gli ultimi dati pubblicati dall'Organizzazione mondiale della sanità riguardo la Campania sono incredibili, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12 per cento rispetto alla media nazionale. E le donne le più colpite. V'è un dato, però, uno in particolare, che lascia la bocca senza saliva.

L'80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale. È un dato che prende allo stomaco, che quando lo ascoltano le madri è come se maledissero di aver concepito il bambino nella loro terra, si vorrebbe scappare, tornare indietro. La storia dei rifiuti potrebbe essere fatta attraverso le biografie dei malati di cancro, attraverso i territori dell'entroterra che prima coltivavano ortaggi e ora raccolgono rifiuti d'ogni genere. Napoli e la Campania ciclicamente e ciclicamente si gonfiano di tonnellate di spazzatura. Però nessuno sembra comprendere cosa accade e cosa vi sia dietro, se non una generica e cronica incapacità politica a gestire il problema. Resta certo l'odore, i cumuli, le scuole chiuse, la rabbia negli stomaci. È un odore strano da sentire in città, ma chi viene dalla provincia casertana e nolana lo conosce benissimo. All'inizio è un tanfo che somiglia a quello del pesce marcio, poi muta in un sapore orrendo come una somma di tutti i peggiori odori esistenti, un'addizione di tutto ciò che si decompone, marcisce, va in putrefazione.

Questa apocalisse che entra dal naso e ciclicamente invade tutto, sembra anch'essa un male ineludibile, una malformità normale. Non è così. Non esiste soluzione di continuità tra la questione dei rifiuti e la camorra. Non esiste un momento in cui le amministrazioni sono riuscite a interrompere il rapporto e a trovare soluzione. Non c'è stato un momento in cui i rifiuti hanno smesso di essere - come si evince in un'intercettazione di un imprenditore dei rifiuti del clan Fabbrocino: "Business, business, business". Per lui e per chiunque come lui abbia voluto tuffarsi dentro negli ultimi vent'anni. Negli anni '90, Nunzio Perrella ex uomo del clan Puccinelli, un sodalizio noto per i traffici di cocaina, fu uno dei primi che sbaragliò le indagini, e quando decise di pentirsi la prima cosa che disse ai pm fu: "Dottore, ma quella la munnezza è oro". Così iniziò a raccontare di un business capace di mettere in ombra quello della cocaina. I giudici non gli credevano. Temevano volesse occultare il narcotraffico, ma Perrella iniziò a parlare dei veri principi della spazzatura, i Casalesi. Il sodalizio di Francesco "Sandokan" Schiavone, Francesco Bidognetti "Cicciotto di Mezzanotte", che assieme ai La Torre di Mondragone e i Mallardo di Giugliano rappresentano forse il polo imprenditoriale per la raccolta e lo smaltimento rifiuti ordinari e speciali più organizzato e potente d'Italia. Ovviamente il loro potere risiede nei capitali e nelle società che muovono attraverso personaggi inseriti nei consorzi, imprenditori, consulenti. Una rete di discariche, cave, camion, finanziamenti pubblici e rapporti tra privati che è determinata da una borghesia imprenditoriale capace di condizionare la salute di milioni di persone e di fatturare capitali elevatissimi, riuscendo a influenzare amministrazioni politiche e.finanziamenti pubblici.

Il vero ministro dei rifiuti della camorra oggi è Antonio Iovine detto "O' Ninno" ossia il poppante. Sopranome dovuto al suo viso di ragazzino che aveva quando divenne molto presto dirigente del gruppo criminale. Antonio Iovine latitante da dieci anni, capoclan di San Cipriano d'Aversa, ma con la capacità di muoversi su Roma, ormai seconda città nell'orbita dei Casalesi, e anche all'estero. Ogni decisione riguardo i rifiuti passa per le sue valutazioni. L'unico vero riferimento con poteri straordinari è lui, O' Ninno. La scelta di trafficare in rifiuti espone a minori rischi di natura penale, poiché i reati connessi alla raccolta, al trasporto e allo smaltimento illegali spesso sono soggetti a prescrizione. I rifiuti sono la merce. La merce morta vale più di quella viva. Come avviene per le pompe funebri, i clan sanno benissimo che non ci sarà mai crisi. Si consumeranno cose e persone. Spazzatura e morti non mancheranno e divengono basi certe per poter essere usate e diventare forze produttive per poi osare in altri campi meno certi e sicuri.

Il meccanismo dei rifiuti permette a ogni passaggio di guadagnare. I clan che hanno i camion, le ruspe bobcat, le discariche. Guadagnano quando raccolgono, guadagnano quando sversano e fanno sversare nelle loro discariche. Ma da questo guadagno ne hanno ricavato vantaggio le maggiori imprese italiane, negli ultimi trent'anni le discariche campane sono state riempite, le cave rese satolle, ogni possibile spazio utilizzato, la spazzatura di Napoli, non è la spazzatura di Napoli. Le discariche campane non sono state intasate solo dai rifiuti solidi urbani campani, ma sono state occupate, invase, colmate dai rifiuti speciali e ordinari di tutto il Paese, dislocati dalle rotte gestite dei clan. La spazzatura napoletana appartiene all'intero Paese nella misura in cui per più di trent'anni rifiuti di ogni tipo - tossici, ospedalieri, persino le ossa dei morti delle terre cimiteriali - sono stati smaltiti in Campania e più allargatamene nel Mezzogiorno.

L'operazione Houdini del 2004 ha dimostrato che il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un'azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso: un risparmio dell'80 per cento. Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di 3 ettari. Questa montagna di rifiuti sarebbe la più grande montagna esistente non solo in Italia, ma sulla Terra. I traffici di rifiuti tossici hanno visto il sud Italia essere il vero luogo dove far ammortizzare i prezzi elevati dello smaltimento. La camorra ha fatto risparmiare capitali astronomici alle imprese del nord Italia. Secondo le Procure di Napoli e di Santa Maria Capua Vetere, 18 mila tonnellate di rifiuti tossici partiti da Brescia sono stati smaltiti tra Napoli e Caserta.

In quattro anni un milione di tonnellate sono tutte finite a Santa Maria Capua Vetere. I rifiuti trattati negli impianti di Milano, Pavia e Pisa sono stati sotterrati in Campania. L'inchiesta Madre Terra scoprì che in soli 40 giorni oltre 6.500 tonnellate di rifiuti dalla Lombardia giunsero a Trentola Ducenta, vicino a Caserta: 500 tonnellate solo da Milano. E ancora nel casertano e nel napoletano i Nas hanno scoperto rifiuti prodotti da petrolchimici storici come quello dell'ex Enichem di Priolo, fanghi conciari della zona di Santa Croce sull'Arno, fanghi dei depuratori di Venezia e di Forlì di proprietà di società a prevalente capitale pubblico. Grazzanise è stata prediletta per sversare i fazzoletti usati per asciugare le mammelle delle vacche venete munte, Capua per i toner delle stampanti, a ogni luogo i clan hanno fatto adottare un veleno. I traffici di rifiuti illegali hanno anche permesso ai clan di interagire in assoluto monopolio con gli imprenditori che gestiscono l'aspetto legale della faccenda. La prova della connessione tra i clan e i rifiuti solidi urbani si ha nel casertano alla fine del 2000, quando vengono arrestati personaggi di prim'ordine nel business ecologico: Raffaele Sarnataro, Salvatore Barbieri e Giacomo Diana detto "Cappellone" per la sua passione per i cappelli da cowboy, ma anche "Zio Paperone" per la sua disponibilità di liquidità. La loro Covim non era una società di straccioni, ma stava diventando un'azienda tra le più importanti in Italia nella raccolta e smaltimento.

I tre imprenditori vengono arrestati perché danno 60 milioni di lire al mese ai La Torre, un clan con affari in Scozia e Olanda. Gli imputati sostengono di essere vittime di un'estorsione, ma secondo i collaboratori di giustizia c'era un patto politico mafioso tra questa società e il clan di Augusto La Torre. Raffaele Sarnataro era in grado di gestire appalti puliti ovunque: quando la Dia nel 2006 gli confisca i beni, trova ville ad Anacapri e Portorotondo, luoghi di villeggiatura di lusso, ma soprattutto templi estivi per fare affari e incontrare imprenditori vincenti. A Mondragone la raccolta rifiuti è stata gestita direttamente dalla famiglia La Torre attraverso i cugini di Augusto. Fare affari con i rifiuti conviene, Giuseppe Diana, uomo che secondo l'Antimafia di Napoli sarebbe un interfaccia economico primario negli affari dei Casalesi: secondo le indagini di Raffaele Cantone e Alessandro Milita doveva far arrivare in Italia una somma pari a 21 milioni di dollari proveniente dall'Ungheria e tentare, secondo le accuse, di acquistare attraverso la mediazione di Giorgio Chinaglia la squadra della Lazio, cercando di strapparla al presidente Claudio Lotito. È a questo che bisognerebbe pensare quando si getta qualcosa nella pattumiera sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero. Bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia festosa che andranno a beccare i gabbiani, ma muterà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. Toccare i rifiuti significa divenire d'oro, un re Mida al contrario.

L'emergenza è uno dei momenti in cui si guadagna di più. Quando si cumulano sacchetti, i bronchi dei cittadini si irritano, la benzina viene gettata sui bidoni per bruciarli, quando le televisioni di tutto il mondo riprendono i cassonetti che sembrano sventrati con le budella da fuori, c'è necessità di toglierli per evitare epidemie gravi, c'è necessità di risolvere subito, non badando dove si smaltirà e i mezzi che lo faranno, questa necessità porta a usare i mezzi bobcat, camion, appaltati con noli a freddo e a caldo, ossia non controllabili e quindi facilmente gestibili dalle ditte dei clan. L'emergenza non è mai creata direttamente dai clan, il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono, si è finto di non capire che fino a quando sarebbe rimasto tutto in discarica non c'era la possibilità matematica di non arrivare a una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, quando nelle discariche finisce tutto, la discarica si intasa. Quando non si è arrivati a costruire termovalorizzatori, dando garanzie alle popolazioni, quando non si è arrivati a una seria raccolta differenziata, a una battaglia reale contro le imprese di rifiuti vicini ai clan, non si è arrivati a far nulla. Non chiudendo il ciclo si accumulano le ecoballe, ossia il combustibile solido triturato ottenuto trattando i rifiuti solidi urbani, insomma giganteschi sacchettoni di immondizia tritata: in pochi anni sono stati accumulati 4,3 milioni di tonnellate di ecoballe, una fila infinita che unisce i comuni di Giuliano e Villa Literno, trasformando i terreni dove sono stoccate in un solo conglomerato unificato da questo esercito di cilindri spesso bianchi, che danno l'impressione di essere milioni di enormi pillole che nessun gigante vorrebbe inghiottire. Ecoballe in attesa di venire bruciate, ma si è scoperto pochi mesi fa che non sono state impacchettate a norma, quindi queste ecoballe non potranno mai più essere smaltite, posto che ci vorrebbe un quarto di secolo per tentare di farlo, e con l'impossibilità di bruciarle il meccanismo in cui hanno investito quasi tutti i clan si scopre vincente, perché fittare terreni per le ecoballe sarà una risorsa continua e costante. Non si smaltiranno mai le ecoballe e lo Stato continuerà a pagare il fitto delle terre senza limite.

In alcuni casi questi beni sono stati acquistati pochi giorni prima delle locazioni a prezzi di gran lunga inferiori rispetto al mercato. Il meccanismo era semplice: appena si sapeva dove avrebbero voluto far stoccare le ecoballe, intermediari si presentavano dai proprietari dei terreni, spesso piccoli agricoltori, e compravano i loro moggi. Il meccanismo di acquisto prediligeva i proprietari malati di cancro, erano i più ambiti dai mediatori, perché erano quelli che avevano bisogno di soldi e subito. Lo stesso valeva per i proprietari con figlie da sposare, debiti da saldare. Nelle campagne vendere ai mediatori del business dei rifiuti è divenuta una specie di liquidazione per i coltivatori diretti che ormai vedono le proprie pesche o mele annurche puzzare di fogna. Le locazioni le ha fatte la Fibe che è una società privata che ha di fatto la gestione dell'intero ciclo dei rifiuti, il contratto con la Fibe è stato fatto dalla precedente giunta regionale di centrodestra, Antonio Rastrelli. Oggi sulla Fibe ci sono indagini della Procura e sono imputati i vertici della società. La politica quando tocca gli affari sui rifiuti sembra non avere più perimetri e confini, e centrodestra e centrosinistra sembrano uniformarsi nei discorsi, nelle scelte, nelle politiche, non riuscendo più a distinguere le sedimentazioni di scelte e provvedimenti. In Campania la criminalità ha speculato sui terreni acquistati per realizzare impianti di stoccaggio provvisorio. Gli affari sono quantificati in 800 milioni di euro ed è il fatturato delle imprese dei clan per i rifiuti urbani in Campania, Calabria, Sicilia e Puglia, mentre è di un miliardo di euro di gestione della struttura emergenziale in Campania. Questo escludendo i traffici illegali di scorie tossiche. Uno dei satrapi veri dei rifiuti, secondo le inchieste dell'Antimafia napoletana, è Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall'estero: da ogni parte d'Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l'autorizzazione dalla Regione, ma con l'autorizzazione unica necessaria, quella della camorra. Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione, è l'unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell'inchiesta la gestione di due discariche abusive di proprietà della Resit e acquisite dal Commissariato di governo durante l'emergenza rifiuti del 2003. Chianese, secondo le accuse, è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l'emergenza e quindi riuscì con l'attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003.

Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all'amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l'appoggio elettorale alle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan. L'emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione. Chianese, secondo le accuse, non aiutava solo la Campania a trovare posto per i rifiuti, ma anche l'ala militare dei Casalesi a cui offriva pure lo "smaltimento" delle auto utilizzate per commettere omicidi e i suoi uffici per ospitare riunioni tra i boss. La storia di Chianese si inanella con un'inchiesta incredibile, la Adelphi, una vecchia inchiesta del 1993 che mostrò che la massoneria aveva necessità dei contatti con la Campania e con i Casalesi, perché bisognava trovare con urgenza agli imprenditori del Centro-nord un modo di risparmiare sugli sversamenti dei rifiuti. Nell'inchiesta che vede come uno dei maggiori imputati Licio Gelli c'è anche il nipote del boss Francesco Bidognetti, Gaetano Cerci, che viene fermato proprio fuori la villa del maestro venerabile. I massoni delle logge toscane assieme a boss casalesi e imprenditori aversani facevano affari da migliaia di miliardi di lire.

Segnala ancora l'Antimafia di Napoli riguardo la vicenda di Chianese: "Le indagini giudiziarie hanno consentito, sinora, di accertare che proprio la gestione del ciclo dei rifiuti rappresenta la merce di scambio nella camera di compensazione tra affari criminali e affari apparentemente leciti, con l'arbitraggio di settori della politica. È un segmento di mercato che muove centinaia di milioni di euro ogni anno ed è quello che più di ogni altro continua a garantire altissima redditività con scarso rischio d'impresa e, quindi, posti di lavoro: di alto livello, attraverso gli incarichi professionali e le consulenze e con l'assunzione diretta, talvolta esclusivamente clientelare di manovalanza proveniente anche dai ranghi inferiori della camorra". L'avvocato Chianese nella zona è il simbolo del successo, ma non sono le sue proprietà a renderlo una sorta di imperatore ammirato e invidiato, né i suoi rapporti potenti, piuttosto è un gesto che si racconta in paese come una leggenda, a renderlo unico. Durante il periodo natalizio, ogni anno, assieme agli amici parte con il suo aereo privato per isole tropicali, vacanze che offre interamente lui a tutta la comitiva. Mai trascurare l'immagine, neanche quando si tratta di rifiuti. C'è un momento però in cui gli affari cambiano vento. I riferimenti politici, istituzionali, devono repentinamente cambiare, conviene che cambino. Mai per ideologia, che è il miglior modo per essere affaristi scadenti. Ma per fare affari migliori. Joe Marrazzo fa dire a Raffaele Cutolo "la politica è l'arte di fottere chi sta con te per ideologia e tu lo fai per affari". Negli anni 2000 si nota un cambiamento nelle dialettiche dei rifiuti quando passano dall'area del centrodestra al centrosinistra importanti imprenditori di Casal di Principe. I fratelli Sergio e Michele Orsi e Nicola Ferraro. I primi passano dal centrodestra ai Ds; il secondo, nipote di Pietropaolo Ferraiuolo, vicepresidente del consiglio regionale di Forza Italia, diviene l'unico consigliere regionale Udeur eletto nel collegio della provincia di Caserta con oltre 13 mila voti.

Una coraggiosa e approfondita inchiesta dei pm antimafia Raffaele Cantone e Alessandro Milita ha portato alla luce i meccanismi inquietanti con cui i fratelli Orsi facevano affari. Ciò che l'indagine dimostra è il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico, imprenditoriale e camorristico, uniti in confini impercettibili nel sistema dei consorzi. Il consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. La creazione delle società miste non doveva servire ad attribuire direttamente gli appalti, doveva essere un mezzo per far abbassare i prezzi e per rendere il servizio migliore. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso vicini alla camorra. La ragione del consorzio nasce perché più comuni che si mettono insieme possono spuntare prezzi migliori e fare raccolta differenziata a livelli maggiori. Ma questo bisognava farlo col rispetto delle regole. In breve accade che il Consorzio di enti pubblici CE4 acquista per una cifra enorme e gonfiata (circa 9 milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tengono per sé gli utili e scaricano sul Consorzio le perdite.

Pesanti le accuse contestate a Claudio De Biasio, subcommissario per l'emergenza rifiuti in Campania, che in una telefonata gli Orsi definiscono "un uomo nostro" da mettere al commissariato rifiuti. Il coordinatore della Dda di Napoli Franco Roberti ha parlato di commistione tra "controllori e controllati". Pesanti le accuse a Giuseppe Valente, uomo di Forza Italia e presidente del Ce4 fino al commissariamento del consorzio, alla fine del luglio 2006: nell'inchiesta della Procura di Napoli ci sono decine di intercettazioni dove Valente dà ordini agli Orsi su come gestire le attività e permettere di attuare ciò che, secondo le accuse, sarebbe la più grande truffa mai fatta nel meccanismo dei rifiuti. Nell'inchiesta si parla di una riunione in un ristorante di Formia alla quale partecipano i vecchi gestori della Covim, i fratelli Orsi e Giacomo Diana "Zio Paperone", e dove si stabiliscono le quote che il clan deve continuare ad avere. Gli Orsi riuscirono a vincere l'appalto in modo geniale. La loro società non ha esperienze nel settore e non ha speranze di ottenere punteggi nella gara. La legge sull'imprenditoria femminile è la soluzione. Gli Orsi fanno presentare l'impresa Flora Ambiente (Flora è il nome di una figlia dell'imprenditore) e così hanno un punteggio in più. Un altro personaggio fondamentale per capire lo spostamento al centrosinistra dell'imprenditoria legata al mondo dei rifiuti è Nicola Ferraro, punta di diamante dell'Udeur. Ferraro è soggetto a cui fu negato la certificazione antimafia dalla Prefettura. La prefettura di Caserta scrisse: "Sussistono le cause interdettive previste dalla normativa antimafia". Nicola Ferraro in un'intervista ha dichiarato che l'unica sua colpa è di essere imparentato con "Sandokan": "La mia unica colpa è che mio fratello ha sposato la parente di un boss, il nonno di mia cognata è fratello del nonno di Francesco Schiavone".

Intanto trattare i rifiuti serve anche a scalare le vette politiche, Ferraro infatti è presidente di una Commissione importante alla Regione, la Consiliare Permanente, una sorta di Commissione affari istituzionali, una specie di filtro di tutto quello che fa la Regione: ciò dimostra che i rifiuti hanno fatto bene. I fratelli Orsi si iscrivono alla sezione dei Ds, avvicinano la Margherita e addirittura cercano di accreditarsi con Rifondazione comunista: arrivarono persino.alla segreteria nazionale di Rc, offrendosi come finanziatori di iniziative di partito e disponibili a sostenere campagne elettorali. A fermarli fu Francesco Forgione che comprese subito il loro intento, l'obiettivo di distogliere l'attenzione e di accreditarsi con una parte politica antimafia. Uomini di destra passano a sinistra, si avvicinano.a quanto di più lontano ci sia dagli affari. Non c'è ideologia, l'affare è affare e il potere e il danaro vanno da chiunque in ogni momento. È nella sede di Orta di Atella che hanno bussato i fratelli Orsi. L'ex sindaco di Orta di Atella è il diessino Angelo Brancaccio, ora agli arresti domiciliari: è stato il sindaco ds più votato della storia con circa il 90 per cento dei voti. Le accuse sono molteplici: si va dal peculato alla corruzione, dal favoreggiamento alla truffa, dall'estorsione alla rivelazione di atti coperti da segreto d'ufficio. Brancaccio è attuale consigliere regionale campano dei Ds, nonché segretario dell'ufficio di Presidenza della Regione Campania.

Nelle 258 pagine dell'ordinanza, scrivono i giudici, l'arresto dell'esponente politico s'è reso necessario per la "notevole capacità criminale" dello stesso il quale è "persona scaltra che si ingrazia il favore dei pubblici ufficiali e si rende autore di comportamenti corruttivi non solo nell'interesse proprio, ma anche per dimostrare a terzi il suo immenso potere politico esercitato sulla magistratura". Nella sede diessina di Orta pare sia andato a bussare anche Carmine Iovine, imparentato con il boss O'Ninno, Antonio Iovine. Se la camorra dovesse avere un'idea, quella sarebbe un'idea ecologista. Di un ecologismo nuovo, fondato sull'interpretazione dei rifiuti come profitto vero e quindi del superamento di ogni idea di tutela. La vera tutela è far circolare danaro e nasconderlo sul progetto di bene, pace, verde, solidarietà. Ma i clan non hanno ideologie. È davvero interessante vedere nelle intercettazioni come sono interessati a non avere attenzione. La disattenzione giornalistica è fondamentale, come lo è la legislazione sull'ecomafie. Nell'inchiesta sui fratelli Orsi emerge la vicenda inquietantissima della loro volontà di comprare giornalisti e condizionare con la pubblicità i giornali locali.

In una terra dove è avvenuto il più grande processo di mafia degli ultimi 15 anni, il processo Spartacus, senza ricevere attenzione nazionale, dove il lavoro dei cronisti locali viene sempre costretto ai perimetri regionali, è molto semplice agire. Basta condizionare il territorio locale, e l'affare è protetto. Perché secondo quanto dicono nelle telefonate, "se non ne parlano i giornali non si muove la magistratura". Le diverse emergenze degli ultimi anni della gestione Rastrelli e della gestione Bassolino hanno inondato di soldi il settore dei rifiuti. Ciò ha permesso alle imprese più capaci di migliorare i mezzi, di mettere appunto nuove strategie di lavoro. Miglioramenti che hanno ovviamente esportato in ogni luogo dove vincono gli appalti.

Così oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi del mondo. Se si va in Liguria o nel Piemonte, sono numerosissime le attività che vengono gestite da società campane che operano con tutti i criteri e in modo impeccabile. Spesso la loro capacità di vincere risiede nella capacità di saper smaltire. A Nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l'ambiente; a Sud si sotterra, si lercia, si brucia. Il collaboratore di giustizia Gianfranco Mancaniello del clan dei Muzzoni di Sessa Aurunca racconta una riunione tra i boss che avevano ricevuto la proposta da alcuni imprenditori del Nordest di "risolvere" alcune tonnellate di rifiuti tossici. Così il boss inizia a pensare in quante discariche e sotto quale tappeto di terra ficcare i veleni. Un affiliato gli ricorda: "Ma noi così contaminiamo le falde acquifere"; e il boss senza pensarci un momento risponde: "E a noi che ce ne importa, tanto beviamo l'acqua minerale". La storia dei rifiuti è la storia degli affari veri, dei boss imprenditori, degli imprenditori in grado di non porsi altro limite che il profitto, della politica terrorizzata o determinata, delle rivolte contro i camion, dei bimbi deformi, dei silenzi comprati e di un intero Paese che sversa i suoi rifiuti a Sud e che dal Sud prende risorse.

Esco dall'ospedale, il piccolo Francesco si è addormentato. La sensazione che mi sale è di vendetta, sensazione ingenua, puerile, adolescenziale, di budella che si torcono. La voglia è di inchiodare qualche simbolico responsabile vicino alla parete e facendogli sentire l'alito delle parole chiedergli motivo, pretendere spiegazione di tutto quest'inferno. Ma invece la rabbia resta nello stomaco, o stringendo le dita più forte dei denti. La vera tragedia è che attraverso il meccanismo dei rifiuti non hanno soltanto avvelenato le terre, appestato di cancro migliaia di persone, divelto la bellezza di interi territori, stuprato piantagioni, colture, divorato montagne, non hanno spremuto danaro da ogni cosa viva e morta, non hanno soltanto fatto questo al presente. Ma hanno contaminato per sempre ciò che sarà.

Roberto Saviano
Fonte:
http://espresso.repubblica.it/
5.06.07
 
 
 
 

Il TFR mormorò...

6 Giugno 2007

Il TFR mormorò...

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Il Piave mormorò: “Non passa il fondo pensione. Difendi il tuo TFR”.
Se lavori nel settore privato ed entro fine giugno non dici nulla, il tuo TFR finirà nel risparmio gestito.
Un’avventura da far tremare i polsi. Da vent’anni i fondi comuni fanno perdere soldi. E i fondi pensione sono pronti a ripetere gli stessi disastri.
Il silenzio assenso è una trappola. Cambiano le carte in tavola senza chiedere nulla. E’ il gioco delle tre tavolette con i soldi di una vita.
Non è vero che costruiscono una pensione integrativa: danno il TFR in pasto all’industria del risparmio gestito. Il TFR esiste dal 1982. Ha funzionato bene per 25 anni.
E’ pericoloso giocarsi la pensione alla roulette. Puntare sulle borse. Se uno è fortunato ci guadagna, ma se gli va male perde un pezzo di liquidazione.
Se un consulente finanziario concupisce il TFR, il vostro tesoretto, chiedetegli di ribadire a questi punti:
- nessun fondo pensione protegge dall’inflazione come il TFR, i vantaggi fiscali della previdenza integrativa sono divorati dai costi
- negli anni di vacche magre va in fumo gran parte della liquidazione
- se aderite alla previdenza integrativa vi legate le mani fino all’età della pensione
- il TFR è sicuro anche se l’azienda fallisce perché è garantito dall’Inps
- se siete licenziati lo incassate subito, il fondo pensione invece no.

La riforma del TFR è un esempio perfetto di legge bipartisan: Berlusconi l’ha creata e Prodi non ha cambiato una virgola.
C’è un libro che spiega come difendersi: è “La pensione tradita” di Beppe Scienza.
La lezione del libro è straordinaria: state fermi, rimanete dove siete, ogni piccolo movimento può essere usato contro di voi. Almeno non fateli godere.

Da: www.beppegrillo.it

 

www.lehmann.altervista.org

 

5月23日

Interazioni tra il cervello e il cellulare

LE INTERAZIONI TRA IL CERVELLO E I CAMPI DI MICROONDE E RADIOFREQUENZA...

 ... PRODOTTE DAI CELLULARI
DEL PROFESSOR W. ROSS ADEY
Global Research / International Encyclopedia of Neuroscience (Terza edizione; a cura di Smith e G. Adelman, 2003)


I campi di radiofrequenza (30KHz-300MHz) e di microonde (300-3000MHz) non esistono come componenti significative del naturale campo elettromagnetico terrestre. Pertanto, la nostra generazione è la prima ad esporsi volontariamente a campi di microonde e radiofrequenza artificiali che includono un vasto spettro di frequenze ed intensità. Nei comuni ambienti periferici, questi campi da poco introdotti arrivano ora ad avere un'intensità che si aggira intorno a 1µW/cm² (4V/m).

I tipici telefoni cellulari emanano in media una potenza di 0,2-0,6 W. Se tenuti in mano e utilizzati vicino alla testa, questi livelli si alterano bruscamente, dato che il 40% dell'energia emanata dal telefono viene assorbita e dalla mano e dalla testa (Kuster et al., 1997). Usato in questo modo, un telefono cellulare può essere considerato alla stregua di un radiotrasmettitore alquanto potente. La sua emissione di energia sulla superficie della testa è generalmente 10.000 volte più forte rispetto ai campi che raggiungono un utente che si trovi a meno di 30 metri di distanza dalla base di un tipico ripetitore per cellulari collocato su una torretta a 30 metri dal suolo.

1. Lo sviluppo storico del sistema di trasmissione analogico e digitale dei telefoni cellulari

Nel corso dell'ultimo decennio, la rapida diffusione su scala mondiale dei sistemi di comunicazione con telefonia cellulare ha comportato un altrettanto rapido progresso tecnologico. Di conseguenza, molti degli attuali utenti di telefonia mobile sono stati esposti ad una sequenza di campi di microonde modulati in diversi modi (Adey, 1997). All'inizio il segnale vocale veniva universalmente espresso con modulazioni di frequenza (FM) dell'onda portante. Dal punto di vista biofisico, l'onda portante mantiene un'ampiezza costante per tutto il periodo della trasmissione, dal momento che ogni segnale vocale viene trasmesso nel campo della frequenza. Sebbene questi sistemi di modulazione di frequenza detti analogici vengano ancora comunemente utilizzati, considerazioni radiotecniche, come il risparmio dell'energia usata per telefonare e l'utilizzo ottimale del limitato spettro di microonde disponibile, hanno portato progressivamente alla generale adozione di tecniche di trasmissione digitale (Kuster et al., 1997). I primi sistemi di trasmissione utilizzavano frequenze da 400MHz, quelli attuali invece trasmettono generalmente a 800 e 1800 MHz.

Un esempio di queste tecniche è dato da due metodi di modulazione digitale ora ampiamente utilizzati nei sistemi di telefonia mobile: il North American Digital Cellular (NADC), utilizzato in Nord America, e il Time Division Multiple Access (TDMA), impiegato in Giappone, ovvero una modulazione che codifica il discorso con una velocità di 50 impulsi al secondo. Il metodo utilizzato dal Global System for Mobile Communication (GSM), impiegato in Europa e in gran parte del resto del mondo, è in grado di codificare il discorso alla velocità di 217 impulsi al secondo.

2. L'influenza dei campi di microonde dei cellulari sulle prestazioni cognitive umane

Dopo l'esposizione a campi telefonici GSM ed FM simulati o reali, si sono riscontrate delle alterazioni nelle performance cognitive umane. Simulando campi GSM ed FM, si è registrato un aumento del tempo di reazione nel prendere decisioni, maggiore nelle esposizioni a campi FM piuttosto che GSM (Prece et al., 1999). Utilizzando 6 test cognitivi impiegati in neuro-psicologia (digit-span e spatial-span forwards e backwards, sottrazione seriale e fluenza verbale), si è notato che la prestazione veniva agevolata dopo 30 minuti di esposizione ai 900 MHz di un campo GSM in ben 2 test relativi alla capacità di attenzione (digital span forwards e spatial span backwards) e alla velocità di elaborazione (sottrazione seriale) (Edelstyn e OlderShaw, 2002).

3) Sintomi soggettivi riportati dopo un uso prolungato del cellulare

Diversi sono i sintomi soggettivi riscontrati dopo un uso prolungato nel tempo del cellulare: vertigini, disagio, difficoltà di concentrazione e memoria, fatica, calore all'orecchio e dietro allo stesso, sensazione di bruciore al volto. Alcuni studi scandinavi hanno coinvolto 6379 utenti di telefoni GSM e 5613 di telefoni NMT (analogici) in Svezia e 2500 utenti di un gruppo e dell'altro in Norvegia (Sandstrom et al., 2001; Wilen et al., 2003). Questi studi tenevano conto dell'assorbimento di energia (SAR) nelle strutture cerebrali adiacenti all'orecchio e del tempo di utilizzo giornaliero dell'apparecchio, stimato in base al numero delle chiamate e alla loro durata. La conclusione raggiunta è che alcuni sintomi soggettivi come vertigini, disagio e calore dietro all'orecchio sono correlati ad elevati valori di assorbimento di energia (>0,5 W/Kg) e a lunghe e ripetute chiamate giornaliere.

4) Alterazioni nei tracciati dell'Elettroencefalogramma e del flusso sanguigno cerebrale durante e dopo l'esposizione al campo di un cellulare

Si è reso noto che i campi di cellulari GSM alterano i tracciati dell'EGG durante e dopo l'esposizione, apportando in concomitanza alterazioni del flusso sanguigno cerebrale. Durante il processo cognitivo per un compito legato ad una sequenza visiva di lettere, i 902 MHz dei campi digitali alteravano le reazioni di asincronia/sincronia nell'EGG relativamente alle bande a 6-8 e 8-10 Hz, solamente però quando esaminate come un'operazione di carica della memoria e tenendo conto del fatto che lo stimolo presentato fosse o meno un obiettivo. Dopo 30 minuti di esposizione unilaterale della testa, la tomografia ad emissione di positroni (PET) comportava un aumento relativo del flusso sanguigno cerebrale nella corteccia dorso-laterale frontale in corrispondenza della parte esposta. Questi campi GSM pulsati incrementavano inoltre l'intensità dell'EGG nel raggio delle onde alfa (8-13 Hz) prima dell'inizio dello stato di riposo e nel campo dell'allungamento di frequenza durante la Fase 2 del sonno. Ancora più importante è il fatto che l'esposizione a campi non modulati aventi la stessa densità media di energia rispetto a quelli GSM non comportava un aumento dell'intensità nei tracciati dell'EGG riferiti alla veglia e al sonno, supportando così l'idea che la modulazione per impulso sia necessaria ad indurre le variazioni di veglia e riposo nell'EGG (Adey, 1997; Huber et al., 2002).

5) Modificazione della permeabilità della barriera emato-encefalica a causa del cellulare e di altri campi di microonde

Dal punto di vista storico, le osservazioni iniziali sulla possibile distruzione della barriera emato-encefalica (BBB) da parte dei campi di microonde si basavano sull'uso di campi radar da 36 GHz a supposti livelli di incidenza atermica (3mw/cm²) (Oscar e Hawkins, 1977). Gli studi così condotti hanno evidenziato nei topi un aumento dell'assorbimento da parte del cervello, attraverso la barriera di sangue, di sostanze come il mannitolo e l'inulina ma non di dextrano. Questa osservazione iniziale è stata eclissata da successivi studi d'èquipe, ai quali ha preso parte lo stesso Oscar, che hanno portato alla conclusione che la permeabilità alla saccarina da parte della barriera emato-encefalica non cambia (Oscar et al., 1982; Gruenau et al., 1982). Lo studio iniziale nel quale si erano utilizzati il mannitolo e l'inulina all'epoca non venne ripetuto.

Ulteriori studi condotti a partire dal 1988 da Salford e colleghi hanno evidenziato una consistente fuoriuscita di albumina attraverso la barriera emato-encefalica nei topi precedentemente esposti a tutto corpo e per due, ore ai campi di GSM con un assorbimento medio di energia di 2mW/Kg, 20mW/Kg e 200mW/Kg (Salford et al., 2003). I livelli di campo risulterebbero significativi nel caso di esposizioni atermiche. Gli animali esposti sopravvivevano per 50 giorni circa. Gli anticorpi dell'albumina mostravano evidenti focolai intorno ai vasi sanguigni più sottili della materia bianca e grigia. Come evidenziato dal color viola del cresilo, i neuroni danneggiati si trovavano tra quelli sani nella corteccia cerebrale, nell'ippocampo e alla base dei gangli, con un'incidenza massima intorno al 2%, tuttavia in alcune aree ristrette arrivavano a dominare l'immagine. I risultati dei gruppi differivano in modo significativo, comprovando una dose-dipendenza (P inferiore a 0,002). Gli autori sono giunti alla conclusione che "il tempo trascorso tra l'ultima esposizione e il decesso è di fondamentale importanza per individuare i focolai di fuoriuscita poiché l'albumina travasata si diffonde rapidamente al di sotto di concentrazioni che si possono dimostrare in modo accurato dal punto di vista immunoistologico. Tuttavia, l'iniziale fuoriuscita può dare inizio ad una seconda apertura nella barrieraemato-encefalica, innescando così un circolo vizioso, è stata riscontrata infatti la fuoriuscita di albumina anche due settimane dopo l'esposizione… Noi e altri studiosi abbiamo dimostrato che se una molecola relativamente grande come l'albumina è in grado di attraversare la barriera emato-encefalica, molte altre molecole più piccole, incluse quelle tossiche, possono penetrare nel cervello a causa dell'esposizione a campi di radiofrequenza".

A livello cellulare, un modello come quello della barriera emato-encefalica può essere ottenuto in vitro utilizzando gli astrociti dei topi e le cellule endoteliali che rivestono i vasi sanguigni cerebrali dei suini (Schirmacher et al., 2000). L'esistenza di una barriera emato-encefalica formata da queste cellule endoteliali è stata confermata dalla presenza della proteina in grado di occludere la zona (segno degli stretti legami intercellulari), dai contatti tra queste cellule e dall'assenza di scissioni intercellulari. Le misurazioni sulla permeabilità con il saccarosio sono correlate alla "tenuta" fisiologica. L'esposizione di 4 giorni a campi di telefonia GSM a 1800 MHz determina un aumento significativo della permeabilità del saccarosio rispetto a soggetti non esposti.

6) Riferimenti bibliografici

[Ader, 1997] Adey WR 1997: I bio-effetti dei campi di comunicazione: i possibili meccanismi legati all'accumulo di sostanze. In Kuster N., Balzano Q., edizioni Lin; La sicurezza della comunicazione mobile, New York, Chapman e Hall, pp. 103-139.

[Edelsryn e Oldenshaw, 2002]: Gli effetti acuti sull'attenzione legati all'esposizione ad un campo elettromagnetico emesso dai cellulari. Neuroreport 13: 119-121

[Gruenau et al., 1982] Gruenau SP
[Huber et al., 2002] I Huber R., Troyer V, Borbely A. et al. (2002): I campi elettromagnetici, come quelli dei cellulari, alterano il flusso sanguigno in alcune zone del cervello e il sonno e la veglia nei tracciati dell'EGG. J Sleep Res 11: 280-295

[Krause et al., 2002] Krause CM, Sillanmaki L., Koivisto M. et al. (2002): Gli effetti dei campi elettromagnetici emessi dai cellulari sull'elettroencefalogramma durante un compito di memorizzazione visiva. Intermit Radial Biol 76: 1659-1667.

[Kuster et al., 1997] Kuster N., Balzano Q., Lin J, edizione 1997: La sicurezza della comunicazione mobile. New York, Chapman e Hall, pp. 279.

[Oscar e Hawkins, 1977] Oscar KJ, Hawkins TD (1997): L'alterazione dovuta alle microonde della barriera emato-encefalica nei topi. Brain Res 126: pp. 281-293.

[Oscar et al., 1982] Oscar KJ, Gruenau SP, Folker MT (1982): L'assenza degli effetti dei campi di microonde sulla permeabilità al saccarosio della barriera emato-encefalica nei topi. Exper Neural 75: 229-307

[Prece et al., 1999] Prece AW G, Davies-Smith A. et al. (1999): Gli effetti dei 915 MHz di un campo simulato per telefoni cellulari sulle funzioni cognitive dell'uomo. Internat J Rat Biot 75: 447-456.

[Salford et al., 2003] Salford L., Brun A., Eberhardt J. et al. (2003) I danni apportati alle cellule cerebrali dei mammiferi dopo l'esposizione alle microonde emesse dai telefoni cellulari GSM. Environmenthal Health Perspectives 2003

[Sandstrom et al., 2001] Sandstrom M., Wilen J., Oftedal G. et al. (2001): L'uso del cellulare e i sintomi soggettivi correlati. Occup Med (Lond) 51: 25-35.

[Schirmacher et al. 2000] Schirmacher A., Winters S, Fischer S. at al. (2000): I campi elettromagnetici (1,8 GHz) incrementano in vitro la permeabilità al saccarosio della barrieraemato-encefalica. Bioelectromagnetics 21: 338-345.

[Wilen et al. 2000] Wilen J, Sandstrom M., Hansonn Mild K (2003): Sintomi soggettivi tra gli utenti di telefoni cellulari: una conseguenza dell'assorbimento dei campi di radiofrequenza? Bioelectromagnetics 24: 152-159.

Vedi anche: Neuroscion.com

W. Ross Adey è Professore emerito di Fisiologia presso la Loma Linda University School of Medicine, Loma Linda California 92354 USA e-mail: Radcy43450@ aol.com.

Global Research (www.globalresearch.ca)
09.05.2007


Tratto da: www.comedonchisciotte.org

www.lehmann.altervista.org

 

 
5月18日

Auto blu da record in Italia

17/5/2007

Auto blu: Italia-garage

A noi il triste record mondiale

dalla "Stampa"

Fanno status e tutti le vogliono, dal ministro che magari la preferisce tedesca e superaccessoriata all'ultimo dei dirigenti, che la usa anche per fare la spesa con la moglie o per mandare una semplice lettera da un capo all'altro della città. Se le mettessimo tutte in fila, una davanti all'altra, la riga disegnata sulla carta geografica partirebbe da Roma e terminerebbe 400 chilometri più a Est di Mosca. Mentre in strada possono arrivare a formare un unico serpentone lungo 2.756 chilometri che da Roma arriva addirittura a Lisbona. I costi di gestione valgono una mezza Finanziaria, altrettanto il loro acquisto. Mentre per il loro lavaggio occorre requisire addirittura una diga.

Primato mondiale
Se queste cifre sembrano esagerate è solo perché è assolutamente esagerato il numero delle «auto blu» che circolano in Italia. Secondo le stime di Contribuenti.it, che negli ultimi due anni ha battuto a tappeto l'intero Paese, oggi le autovetture «blu» assegnate d'ufficio a politici, amministratori e dirigenti pubblici sono addirittura il triplo rispetto a due anni fa: ovvero 574.215 anziché 198.596. Numeri da record del mondo o solamente cifre un poco sovrastimate? «Se consideriamo che solo le auto dell'apparato statale sono all'incirca 200 mila e a queste aggiungiamo quelle di Comuni, Province, Comunità montane, consorzi, enti ed aziende pubbliche - risponde il direttore dell'associazione Vittorio Carlomagno - vediamo che si arriva esattamente a questa cifra. Il problema è che in Italia negli ultimi tempi gli amministratori pubblici, approfittando del federalismo e del decentramento dei poteri, hanno proprio superato ogni limite».

Una coda infinita
Le nostre 547 mila e passa autovetture pubbliche, se raffrontate alle 73 mila degli Usa, le 65 mila della Francia o le 54 mila della Germania, sono davvero tante. Ed a cascata producono altri numeri da paura. Calcolando una lunghezza media di 4 metri e 80 (misura a metà strada tra un'Alfa 159 ed un'Audi A8) se per assurdo le mettessimo tutte in fila in linea andremmo da Roma a Mosca ed anche oltre, oppure da Madrid ad Ankara. Impilate una sull'altra formerebbero invece una «torre» alta 862 chilometri, 97 volte l'Everest, 1.694 volte la quota del grattacielo più alto del mondo, il « Financial center» di Taipei. E poi non parliamo del parcheggio, dramma quotidiano di ogni italiano: messe in bell'ordine berline, station wagon e supercar occupano all'incirca 746 ettari, l'equivalente di 1065 campi da calcio, oppure dell'intera isola di Ponza. Per produrle una fabbrica come quella dell'Alfa Romeo di Pomigliano dovrebbe lavorare ininterrottamente per quasi 4 anni. Mentre per rifornirle di benzina (diciamo 30 euro di pieno al giorno?) se ne vanno all'incirca 3,2 miliardi di litri di benzina all'anno. Il che significa che oltre 2000 delle 4,4 mila pompe attive in Italia dovrebbero lavorare in esclusiva per loro.

Un esercito di autisti
Se la logica è quella di un autista per vettura per farle circolare tutte e 574 mila occorre aver a disposizione una «squadra» che corrisponde all'intera popolazione di una provincia grande come quella di Taranto, bambini ed anziani compresi. Se invece ci allarghiamo un poco e calcoliamo 1 autista e mezzo per vettura, arriviamo a quota 861 mila, che corrispondono agli abitanti di Torino o dell'intera provincia di Genova.

Un vero esercito, più grande di quello turco che (tanto per fare un altro esempio) conta «appena» 680 mila effettivi. Anche la voce pulizia ha il suo peso: per lavare a mano, all'incirca 50 volte l'anno, tutte e 574.215 queste auto si consumano ben 11,4 milioni di metri cubi d'acqua. Un vero e proprio fiume. O se vogliamo la metà della capienza attuale di una grande diga come quella di Ridracoli, che assicura l'acqua ad un milione di romagnoli e a tutti i turisti della riviera. Non parliamo poi di schiume e detersivi e del loro potere inquinante.

La spesa? Una mezza Finanziaria
Costi funzionamento, noleggi o spese per l'acquisto, non sono meno mostruosi. Senza calcolare tassa di possesso e assicurazione, solo per gli autisti (che per cautela paghiamo come un impiegato, ovvero 25 mila euro l'anno), il pieno (30 euro al giorno) ed i pedaggi (5 euro di media al giorno) la spesa annua ammonta a 18,23 miliardi di euro. In pratica una mezza Finanziaria. Se queste autovetture fossero tutte prese a nolo (contratto tutto compreso per due anni, come prevedono le convenzioni della Consip, l'agenzia del Tesoro che cura gli acquisti collettivi per la pubblica amministrazione) partendo dai 1.125 euro al mese indicati per una Bmw 525D si arriverebbe a spendere 7,9 miliardi l'anno.

Mentre per comperarle, partendo dai 36.200 euro spuntati dalla Consip per una Lancia Thesis 2.4 Jtd con cambio automatico, si arriverebbe a quota 20,7 miliardi di euro. Numeri esagerati? Forse. Allora dimezziamoli: i conti restano comunque altissimi, sia quelli di acquisto che quelli di gestione, e suggeriscono una sola cosa: che bisogna tagliare. Con più decisione di quanto si sia fatto in passato, quando Luigi Cappugi, in qualità di consulente del governo Berlusconi, arrivò a suggerire di usare i taxi ed in contemporanea di dimezzare il parco pubblico per risparmiare almeno 4,8 miliardi di euro l'anno, e poi la sua proposta cadde nel vuoto; e di quanto si sta facendo oggi. Non è un mistero infatti che, nonostante il giro di vite impresso a tutte le spese dal nuovo governo, i risultati stentino ad arrivare.

Basta vedere cosa succede al ministero dell'Economia, in prima fila della battaglia del rigore, la cui spesa per auto blu (in base ad indiscrezioni sui calcoli fatti dalla Ragioneria) è scesa da quota 1,176 milioni del 2004 ai 535 mila euro previsti per il 2007, con un taglio di 416 euro nel 2006 e di appena 43 mila quest'anno.

 

Da: www.tgcom.it

 

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5月13日

Morte in tv

9 Maggio 2007

Morte in tv

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A 18 anni un ragazzo ha già assistito a 200.000 omicidi televisivi. E’ venuto su bene. Dove c’è abbondanza di armi, come negli Stati Uniti, non ci pensa su due volte. E fa la sua piccola strage. In altri casi, come in Europa, i morti ammazzati non lo turbano più. Da adulto può averne la sua dose quotidiana dai media senza traumi.
Il buono di una volta non uccideva mai, oggi uccide per dimostrare di essere buono. L’epicentro della cultura della morte televisiva è Hollywood. Non è un discorso anti americano, ma solo una constatazione. Confrontate un poliziesco francese o italiano con uno a stelle e strisce e fate la contabilità dei defunti.
Se vediamo un ferito per strada per un incidente copriamo gli occhi al nostro bambino. Poi a casa deleghiamo alla televisionebabysitter. Il bambino va in camera sua a guardare Hannibal Lecter che divora un cervello.
La visione della violenza, ormai a ogni ora del giorno, non può che produrre violenza. Questo può star bene alla NRA, la società di armi che ha eletto Bush, ma non ai genitori.
Io sto perdendo la mia battaglia con i figli più piccoli. Sanno meglio di me come si uccide un uomo con un colpo di taglio sotto il mento. O come si impicca. O come si tortura o si annega o si mitraglia. Hanno visto più sangue loro del primario dell’ospedale di Genova. Proibire ai bambini di guardare la televisione è tempo perso. Un papà non riesce a essere più cattivo di un telefilm.
L’uso della violenza è il rifugio della mancanza di idee. Al posto di un bel culo nudo, proibito nella fascia serale, c’è una pallottola in mezzo alla fronte. All’inizio dei film metterei il numero di assassini, che so 58, 231. Uno si sa regolare. E nei titoli di coda, accanto agli interpreti, le causa del decesso. Per completezza di informazione.
Da un po’ di tempo la morte televisiva mi dà la nausea. Spero che sia una nausea contagiosa. La violenza è l’ultima risorsa dei criminali e dei produttori cinematografici. Apriamo la porta di casa e usciamo fuori a giocare con i nostri figli.

Da: www.beppegrillo.it

 

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5月7日

Italiani: il senso di colpa non abita più qui

7/5/2007

Il senso di colpa passa di moda

Ne soffre solo un italiano su tre

Il rimorso non abita più tra di noi, almeno non per i motivi “classici”, come sesso, bugie e tradimenti: ne soffre infatti solo un italiano su tre e per il breve spazio di un paio di giorni al massimo. Il senso del peccato sembra ormai avviarsi sul viale del tramonto, mentre la disapprovazione sociale pesa più della virtù. E quanto alla necessità di chiedere perdono, l'assoluzione per una colpa si cerca su internet. Cambia anche il peso attribuito ai diversi peccati: lo shopping selvaggio è considerato più grave che trascurare i figli o non mantenere la parola data, mentre fare le corna al partner è un fatto di poco conto, quasi un vezzo.

Sono questi i risultati di una ricerca realizzata della rivista Riza Psicosomatica, condotta su circa 1000 italiani, maschi e femmine, di età compresa fra i 30 e i 60 anni. Il primo dato eclatante è che il peccato non fa più paura: soltanto il 36% degli italiani ammette di sentirsi in colpa ogni volta che commette qualche azione non esattamente virtuosa, mentre per tutti gli altri la voce della coscienza si fa sentire decisamente di meno: un altro terzo circa si sente in colpa soltanto "qualche volta", il 15% raramente e il 14% addirittura mai. Sono imperturbabili  soprattutto i maschi (57%), un po’ meno le donne (43%).

E se il senso di colpa non nasce dopo infranto principi etici o religiosi (6%) o per aver fatto  qualcosa di realmente sbagliato (12%), per un italiano su quattro conta molto di più la disapprovazione sociale (26%) o il fatto di non apparire all'altezza delle aspettative degli altri
(23%). In più, per il 10% del campione il vero peccato è non saper cogliere al volo le occasioni che si presentano. E se il tarlo del senso di colpa riesce a farsi sentire la soluzione è semplice: basta non pensarci (29%) e il rimorso passerà.  La coscienza torna a fare silenzio nel giro di pochi giorni (32%) o anche meno: a volte è questione di ore (per il 12%) o di  appena qualche minuto (7%). Soltanto un italiano su quattro (24%) cerca di rimediare alle proprie cattive azioni, mentre il 15% scarica il senso di colpa sugli altri, diventando aggressivo e irritabile. Il vecchio e rapido sistema di liberarsi la coscienza chiedendo semplicemente scusa è attuato dal 12%.

Eppure, la confessione sembra riacquistare un certo peso. Sette italiani su dieci sostengono di aver bisogno di riferire le proprie colpe per liberarsi del senso di colpa, ma più che al confessionale della Chiesa, sembrano aspirare a quello del Grande Fratello. E’ solo del 5% la quota di quanti si rivolgono al sacerdote: molto meglio gli amici (31%) oppure gli sconosciuti conosciuti in blog, chat e Internet (22%). Non c’è confidenza neppure con il partner: appena il 17% gli confida le proprie mancanze.

Nella hit parade dei vizi capitali del Terzo Millennio in vetta sta il fatto di spendere troppi soldi nello shopping, colpa più grave che non trascurare la propria salute o non occuparsi a sufficienza dei figli, rispettivamente al secondo e al terso posto. Far del male a qualcuno scivola al settimo posto, non mantenere la parola data addirittura al penultimo, mentre il tradimento si trasforma in peccato puramente veniale, meritevole appena del decimo posto.

 

Da: www.tgcom.it

 

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5月4日

Lippi, lezione di galateo ai nostri calciatori

4/5/2007

"Giocatori italiani maleducati"

Lippi agli arbitri: "Siete i migliori"

Nonostante tutti diano contro alla classe arbitrale italiana, il ct campione del mondo Marcello Lippi difende i fischietti e tira le orecchie ai calciatori nostrani. "Tecnicamente sono i più bravi d'Europa, grazie a una preparazione che li fa crescere fin dalla serie D. I giocatori sono invece, per gestualità e linguaggio, i più maleducati". Un aneddoto: "Quando giocavo nella Samp e Gussoni arbitrava, ci si dava del lei".

Con i calciatori italiani si è laureato campione del mondo, ma Marcello Lippi non si nasconde nel momento di tirare le orecchie ai giocatori nostrani che, a detta dell'ex commissario tecnico, sono "molto maleducati". Lippi ha parlato in occasione del raduno della classe arbitrale a San Giuliano Terme, durante il quale ha invece speso parole dell'elogio per i fischietti azzurri, finiti anche quest'anno nell'occhio nel ciclone dopo l'estate di Calciopoli. "Voi tecnicamente siete i più bravi d'Europa - ha detto Lippi rivolgendosi direttamente alle giacchette ex nere -, grazie ad una preparazione che vi fa crescere fin dalla serie D". Parole che devono aver riempito d'orgoglio gli arbitri, ma la notizia è quello che l'ex tecnico di Cesena, Napoli, Juve e Inter ha detto in seguito.

"I giocatori italiani, invece, sono per gestualità e linguaggio i più maleducati". E per rimettere in riga portieri, difensori, centrocampisti ed attaccanti, Lippi ha dato anche un consiglio alla truppa del designatore Gussoni: "Un consiglio che posso darvi, rivolto soprattutto ai più giovani, è di essere più decisi con i calciatori che manifestano un atteggiamento troppo forte in campo". Anche perché una volta la musica era ben diversa: "Un tempo, quando Gussoni arbitrava e io giocavo nella Sampdoria, in campo tra arbitri e calciatori ci si dava del lei".

 

Da: www.tgcom.it

 

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